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	<title>Corrente Letteraria degli Alieni MetropolitaniCorrente Letteraria degli Alieni Metropolitani | Corrente Letteraria degli Alieni Metropolitani</title>
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	<description>Racconti, saggi, recensioni.</description>
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		<title>Giugno 2013 – Numero 3</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 14:55:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raccontopostmoderno.com</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Rivista On Line]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;odore dell&#8217;India &#8211; recensione di Alfredo Perna Ragazzi di vita- recensione di Giorgio Michelangelo Fabbrucci Una vita violenta &#8211; recensione di Ilaria Bonfanti Petrolio &#8211; recensione di Raffaella Foresti Hanjin &#8211; racconto di Andrea Corona Inno alla vita &#8211; racconto di Marco La Terra Panta Rei - racconto di Giulia Costi Il Gobbo e il Leone - racconto di Giorgio Michelangelo Fabbrucci Anno del barattolo di mais per adulti Ferlinghetti &#8211; racconto di William Dollace Pausa &#8211; racconto proposto da Fabio Gaccioli Un&#8217;autobiografia del mio corpo &#8211; racconto proposto da Ornella Spagnulo La freschezza prodotta dalle caramelle allo xilitolo è di natura posticcia &#8211; racconto proposto da Vincenzo Romanelli]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/iuh43eMZeyo" height="450" width="600" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<ul>
<li><span style="color: #ff0000;"><a title="L’odore dell’India" href="http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/odore-india-pasolini-recensione/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">L&#8217;odore dell&#8217;India</span></a></span> &#8211; recensione di Alfredo Perna</li>
<li><span style="color: #ff0000;"><a title="Ragazzi di Vita" href="http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/ragazzi-di-vita-recensione-pasolini/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Ragazzi di vita</span></a></span>- recensione di Giorgio Michelangelo Fabbrucci</li>
<li><span style="color: #ff0000;"><a title="Una vita violenta" href="http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/una-vita-violenta-recensione-pasolini/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Una vita violenta</span></a></span> &#8211; recensione di Ilaria Bonfanti</li>
<li><span style="color: #ff0000;"><a title="Petrolio" href="http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/petrolio-pasolini-recensione/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Petrolio</span></a></span> &#8211; recensione di Raffaella Foresti</li>
</ul>
<ul>
<li><span style="color: #ff0000;"><a title="Hanjin" href="http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/hanjin-racconto-breve/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Hanjin</span></a></span> &#8211; racconto di Andrea Corona</li>
<li><span style="color: #ff0000;"><a title="Inno alla Vita" href="http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/inno-vita-racconto-breve/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Inno alla vita</span></a></span> &#8211; racconto di Marco La Terra</li>
<li><span style="color: #ff0000;"><a title="Panta Rei" href="http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/panta-rei-racconto/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Panta Rei </span></a></span>- racconto di Giulia Costi</li>
<li><span style="color: #ff0000;"><a title="Il Gobbo e il Leone" href="http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/gobbo-leone-racconto-breve/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Il Gobbo e il Leone </span></a></span>- racconto di Giorgio Michelangelo Fabbrucci</li>
<li><span style="color: #ff0000;"><a title="Anno del barattolo di mais per adulti Ferlinghetti" href="http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/barattolo-ferlinghetti-racconti-breve/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Anno del barattolo di mais per adulti Ferlinghetti</span></a></span> &#8211; racconto di William Dollace</li>
</ul>
<ul>
<li><span style="color: #ff0000;"><a title="Pausa" href="http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/pausa-racconto-breve/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Pausa</span></a></span> &#8211; racconto proposto da Fabio Gaccioli</li>
<li><span style="color: #ff0000;"><a title="Un’autobiografia del mio corpo" href="http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/unautobiografia-corpo-racconti-brevi/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Un&#8217;autobiografia del mio corpo</span></a></span> &#8211; racconto proposto da Ornella Spagnulo</li>
<li><span style="color: #ff0000;"><a title="La freschezza prodotta dalle caramelle allo xilitolo è di natura posticcia." href="http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/freschezza-xilitolo-racconto-breve/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">La freschezza prodotta dalle caramelle allo xilitolo è di natura posticcia</span></a></span> &#8211; racconto proposto da Vincenzo Romanelli</li>
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		<title>L&#8217;odore dell&#8217;India</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 14:43:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raccontopostmoderno.com</dc:creator>
				<category><![CDATA[Grandi Autori]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[recensione libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione di Alfredo Perna Il 31 dicembre del 1960, in compagnia di Alberto Moravia ed Elsa Morante, Pasolini si reca per la prima volta in India. L’occasione è partecipare ad un convegno per la commemorazione del centenario della nascita di Tagore che si tiene a Mumbay. Nell’arco di sei settimane, Pasolini si aggira attento nella realtà caotica del subcontinente indiano, provando emozioni e sensazioni così intense da essere spinto a scrivere questo diario di viaggio. Con spirito romantico osserva attentamente i gesti e le movenze della gente, gli aspetti della quotidianità, i colori dei paesaggi e soprattutto l&#8217;odore della vita, lasciandosi trascinare dall&#8217;incanto di una terra affascinante e, nello stesso tempo, dall&#8217;orrore di un&#8217;esistenza condotta da “quattrocento milioni di anime.” È un panorama geografico e sociologico tracciato con estrema sensibilità. “La vita in India, ha i caratteri dell&#8217;insopportabilità: non si sa come si faccia a resistere mangiando un pugno di riso sporco, bevendo acqua immonda, sotto la minaccia continua del colera, del tifo, del vaiolo, addirittura della peste, dormendo per terra, o in abitazioni atroci”, scrive a proposito delle condizioni di vita degli indiani. Pasolini, in più di un’occasione, dimostra di non aver paura di confrontarsi direttamente con l’umanità. Quello [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><em>Recensione di Alfredo Perna</em></p>
<p><iframe style="width: 120px; height: 240px;" src="http://rcm-it.amazon.it/e/cm?t=correlettedeg-21&amp;o=29&amp;p=8&amp;l=as1&amp;asins=8811697093&amp;ref=qf_sp_asin_til&amp;fc1=000000&amp;IS2=1&amp;lt1=_blank&amp;m=amazon&amp;lc1=0020FF&amp;bc1=FFFFFF&amp;bg1=FFFFFF&amp;f=ifr" height="240" width="320" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no" align="left"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY">Il 31 dicembre del 1960, in compagnia di Alberto Moravia ed Elsa Morante, Pasolini si reca per la prima volta in India. L’occasione è partecipare ad un convegno per la commemorazione del centenario della nascita di Tagore che si tiene a Mumbay. Nell’arco di sei settimane, Pasolini si aggira attento nella realtà caotica del subcontinente indiano, provando emozioni e sensazioni così intense da essere spinto a scrivere questo diario di viaggio. Con spirito romantico osserva attentamente i gesti e le movenze della gente, gli aspetti della quotidianità, i colori dei paesaggi e soprattutto l&#8217;odore della vita, lasciandosi trascinare dall&#8217;incanto di una terra affascinante e, nello stesso tempo, dall&#8217;orrore di un&#8217;esistenza condotta da “quattrocento milioni di anime.”</p>
<p align="JUSTIFY">È un panorama geografico e sociologico tracciato con estrema sensibilità. “La vita in India, ha i caratteri dell&#8217;insopportabilità: non si sa come si faccia a resistere mangiando un pugno di riso sporco, bevendo acqua immonda, sotto la minaccia continua del colera, del tifo, del vaiolo, addirittura della peste, dormendo per terra, o in abitazioni atroci”, scrive a proposito delle condizioni di vita degli indiani.</p>
<p align="JUSTIFY">Pasolini, in più di un’occasione, dimostra di non aver paura di confrontarsi direttamente con l’umanità. Quello che cerca è proprio l’ebbrezza dell’ignoto che si può celare dietro un contatto occasionale. Le sue frequenti camminate notturne, per l’appunto, non falliscono mai di procurargli materiale per una entusiastica analisi a caldo e spunti per successive riflessioni sui suoi argomenti preferiti: la cultura, la borghesia, la religione e la morte. Prova subito compassione per l’immensa povertà che ha modo di conoscere. Soccorre un mite ragazzo di nome Revi, (aiutato in questo da Elsa Morante e dalla grande umanità di Father Wilbert), un bambino talmente povero che non c’è quasi niente da sapere.</p>
<p align="JUSTIFY">Covando spesso la speranza di “una passeggiatina per la città”, Pasolini ha così l’occasione di aggirarsi tra la gente, di guardarla da vicino. L’umanità è in un groviglio di corpi, che dormono distesi ai margini delle strade, e risalta per la sua disponibilità, nell’inconfondibile gesto usato dagli indiani per dire di sì: “Basta guardare come dicono di sì. Anziché annuire come noi alzando e abbassando la testa, la scuotono circa come quando noi diciamo di no: ma la differenza del gesto è tuttavia enorme. Il loro no che significa sì consiste in un far ondeggiare il capo […] teneramente: in un gesto insieme dolce: «Povero me, io dico di sì, ma non so se si può fare» , e insieme sbarazzino: «Perché no?» , impaurito: «È così difficile» , e insieme vezzoso: «Sono tutto per te». La testa va su e giù, come leggermente staccata dal collo, e le spalle ondeggiano un po’ anch’esse, con un gesto di giovinetta che vince il pudore, che si erige affettuosa. Viste a distanza le masse indiane si fissano nella memoria, con quel gesto di assentimento, e il sorriso infantile e radioso negli occhi che l’accompagna. La loro religione è in quel gesto.”</p>
<p align="JUSTIFY">La situazione dell&#8217;India è incorniciata in un quadro autentico e sincero in cui Pasolini dipinge uno Stato in fase di sviluppo, ma pieno di contraddizioni. Se da un lato, c’è un’umanità ampiamente lontana da quella a cui è abituato l’occidente: “Sono tutti dei mendicanti, o di quelle persone che vivono ai margini di un grande albergo, esperti della sua vita meccanica e segreta: hanno uno straccio bianco che gli avvolge i fianchi, un altro straccio sulle spalle, e, qualcuno, un altro straccio intorno al capo: sono quasi tutti neri di pelle, come negri, alcuni nerissimi.” Dall’altro, la condizione della borghesia indiana, disperatamente chiusa nel rigido sistema delle caste, è un vero invito a riflettere: “l’assenza di ogni attendibile speranza fa sì che i borghesi indiani, si chiudano in quel po’ di certo che possiedono: la famiglia. Vi si chiudono per non vedere e per non esser visti.”</p>
<p align="JUSTIFY">L’India di Pasolini è anche, e soprattutto, un paese tedioso e iterativo: “È vero che geograficamente, razzialmente, architettonicamente, in India c’è una uniformità che non ha nulla da invidiare a quella della Francia o dell’Olanda: una uniformità che rasenta addirittura l’ossessione e la monotonia.” È un subcontinente che si snoda in una lunga sequenza: “gli stagni, i villaggi, la giungla, le coltivazioni di miglio, le file di carretti coi bufali, gli stagni, i villaggi&#8230;”, una monotonia nella quale i monumenti marmorei si stagliano come corpi estranei.</p>
<p align="JUSTIFY">Sul Terzo Mondo c’è una certa divergenza tra Pasolini e Moravia. Mentre il primo sostiene che è stato rovinato dalla rivoluzione industriale e dal consumismo, Moravia (autore, a sua volta, di un reportage dal titolo “Un’idea dell’India”) pensa che il Terzo Mondo è destinato a scomparire non essendo, per l’appunto, abbastanza industrializzato e consumistico. In realtà Pasolini, in occasione del viaggio indiano, non manca mai di mostrare la sua naturale sentimentalità. Il suo punto di vista eclettico, d’artista, descrive Moravia come un viaggiatore all’inglese, non terzomondista e distaccato, che mantiene la dovuta distanza dal mondo che osserva.</p>
<p align="JUSTIFY">Ne “L’Esperienza dell’India” – l’intervista finale del libro – Renzo Paris interrogando Alberto Moravia, proprio a proposito del viaggio compiuto insieme a Pasolini, non manca di notare: “Curiosamente L’odore dell’India è povero di odori; mi sembra invece molto visivo. Vi predomina l’occhio smagato del regista di Accattone. Per Pasolini l’India è carica di potenza espressiva e il viaggiatore si trova in uno stato di eccitazione continua, dinanzi a un mondo totalmente vergine.”</p>
<p align="JUSTIFY">Nel suo lungo soggiorno in India, Pasolini in diverse occasioni osserva non solo le abitudini della gente, ma soprattutto sente l&#8217;odore della vita – un odore reale, e non solo metaforico: “È quell’odore, che, diventato un po’ alla volta una entità fisica quasi animata, sembra interrompere il corso normale della vita nei corpi degli indiani. Il suo alito, colpendo quei poveri corpicini coperti di leggera e sudicia tela, sembra come corroderli, impedendogli di crescere, di arrivare a una compiutezza umana.”</p>
<address><em>Alfredo Perna</em></address>
<address><em>perna@raccontopostmoderno.com</em></address>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Ragazzi di Vita</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2013 14:36:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raccontopostmoderno.com</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[recensione libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione di Giorgio Michelangelo Fabbrucci In tutte le storie vi è un confine. Pasolini vi entra e ne racconta il chiaro scuro. Roma, il limitare della città. Ruspe, stracci, polvere, calcinacci insanguinati: la capitale saluta per sempre la sua anima. Vi sono luoghi dove si consuma l&#8217;addio. La campagna si ritrae, scavata, assaltata, impalata, dai tondini di ferro e dalle colate di cemento. La promessa del benessere è alle porte. Il disastro bellico alle spalle. Bussa all&#8217;uscio la “società dei consumi”, calpestando l&#8217;agro, con i suoi giganti grattacielo. Le vittime del vortice epocale sembrano i sopravvissuti ad un disastro: vivono in baracche, dormono in scuole senza più banchi o maestri, si tuffano tra le fratte di rivoli d&#8217;acqua macchiati di olio. Sono i ragazzi di vita, i giovanotti della Roma del confine. I loro occhi, gli occhi del Riccetto, del Lanzetta, di Agnolo, di Marcello, di Alduccio&#8230; sono gli occhi del Pasolini. Occhi che raccontano una “non-città” alle prese con un futuro senza contorno. Ragazzi urbanizzati a forza, dove la famiglia non esiste e dove i valori tradizionali si sono sgretolati travolti dalla guerra. I borgatari bruciano le loro giornate tra furti e marachelle, inciampando spesso in morti brutali, tragedie [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Recensione di Giorgio Michelangelo Fabbrucci</em></p>
<p><iframe style="width: 120px; height: 240px;" src="http://rcm-it.amazon.it/e/cm?t=correlettedeg-21&amp;o=29&amp;p=8&amp;l=as1&amp;asins=8811697077&amp;ref=qf_sp_asin_til&amp;fc1=000000&amp;IS2=1&amp;lt1=_blank&amp;m=amazon&amp;lc1=0020FF&amp;bc1=FFFFFF&amp;bg1=FFFFFF&amp;f=ifr" height="240" width="320" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no" align="left"></iframe></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">In tutte le storie vi è un confine. Pasolini vi entra e ne racconta il chiaro scuro. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Roma, il limitare della città. Ruspe, stracci, polvere, calcinacci insanguinati: la capitale saluta per sempre la sua anima. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Vi sono luoghi dove si consuma l&#8217;addio. La campagna si ritrae, scavata, assaltata, impalata, dai tondini di ferro e dalle colate di cemento. La promessa del benessere è alle porte. Il disastro bellico alle spalle. Bussa all&#8217;uscio la “società dei consumi”, calpestando l&#8217;agro, con i suoi giganti grattacielo. Le vittime del vortice epocale sembrano i sopravvissuti ad un disastro: vivono in baracche, dormono in scuole senza più banchi o maestri, si tuffano tra le fratte di rivoli d&#8217;acqua macchiati di olio. Sono i ragazzi di vita, i giovanotti della Roma del confine. I loro occhi, gli occhi del Riccetto, del Lanzetta, di Agnolo, di Marcello, di Alduccio&#8230; sono gli occhi del Pasolini. Occhi che raccontano una “non-città” alle prese con un futuro senza contorno. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Ragazzi urbanizzati a forza, dove la famiglia non esiste e dove i valori tradizionali si sono sgretolati travolti dalla guerra. I borgatari bruciano le loro giornate tra furti e marachelle, inciampando spesso in morti brutali, tragedie famigliari e arresti. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Tutto ciò che al lettore appare barbaro e turpe, scorre nella narrazione, con un tono di popolare normalità, resa ancor più realistica dall&#8217;uso magistrale del dialetto romano. Pasolini racconta al mondo le vicende del sub proletariato urbano di Roma, prendendolo ad archetipo per denunciare lo stato di afflizione di molte masse di poveri cittadini sopravvissuti alla guerra. Nondimeno la denuncia sta nei fatti, non nelle parole, poiché il racconto fluisce naturale dalla bocca dei protagonisti testimoni; dopo poche pagine non ci si stupisce più di immaginare giovani uomini rovistare nei rifiuti, spaccare le tubature per rivenderne il piombo, rubare agli invalidi, scampare ad una retata in una bisca clandestina. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Il Riccetto poi, che di questo romanzo è il fulcro, è il massimo esempio di un destino senza senso. Sottrattosi a fortuna da molti guai, scivolato sempre via come un&#8217;anguilla dalle peggiori sfortune, viene infine catturato per un reato mai commesso. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Giornate, amori e vite che hanno perso il senso, angustiate od esaltate da vicende prive di logica. Si preparano le masse anonime a divenire consumatori di beni superflui, senza più padre, ne patria. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">La Roma pasoliniana trasmuta anche le rinomate piazze e illustri vie capitoline. Piazza San Giovanni diventa il confine anonimo per derubare un cieco; Ponte Mamolo, l&#8217;ombra dei tuffi in un fiume fetido, tra guerre a tiri di fanga, mignotte e mezze cicche di sigaretta fumate; Villa Borghese, un crocevia di panchine dove sostare qualche ora, tappandosi le orecchie per ignorare un pazzo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Viene la voglia, leggendo, di pensare che di passi avanti se ne siano fatti parecchio; che la nostra società sia migliore e che, in fondo, quel passaggio di urbanizzazione disperata e coatta, fosse pressoché obbligatorio. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Nondimeno, in quella gente di borgata, sembra dirci l&#8217;autore, esisteva ancora qualcosa di originale e di puro; quei delinquenti erano l&#8217;ultima selvaggia testimonianza di una Roma, i cui valori, erano morti da tempo. </span></p>
<address>Giorgio Michelangelo Fabbrucci</address>
<address>fabbrucci@raccontopostmoderno.com </address>
<address> </address>
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		<title>Una vita violenta</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jun 2013 18:54:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raccontopostmoderno.com</dc:creator>
				<category><![CDATA[Grandi Autori]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[recensione libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione di Ilaria Bonfanti Recensire un mostro sacro come Pier Paolo Pasolini non è di certo un&#8217;impresa facile, ma è sicuramente un&#8217;emozione che consiglio a chiunque ami la letteratura. Confesso che la sensazione di trovarmi di fronte ad un gran libro mi è stata chiara da subito, dal momento in cui mi sono piacevolmente scontrata con la prefazione di Erri De Luca e ne ho avuto la conferma, quando, dopo poco, mi sono imbattuta nella dedica dell&#8217;autore: “A Carlo Bo e Giuseppe Ungaretti, miei testimoni nel processo contro Ragazzi di vita”. Devo ammettere che questi nomi illustri mi hanno fatto quasi paura; in poche pagine ho avuto a che fare con dei personaggi, i cui nomi già da soli hanno una risonanza invidiabile, provate ad immaginare il peso che possono avere tutti insieme. Questo spavento misto ad eccitazione però, per forza di cose, ha fatto si che la mia voglia di cominciare a leggere questo romanzo aumentasse ancora di più. Per descrivere questo libro, il termine “lettura” mi è sembrato riduttivo fin dall&#8217;inizio, la definirei piuttosto come un&#8217; esperienza di completa immersione nella vita di questi ragazzi di borgata, abituati dalla prima infanzia a convivere con desolazione e violenza, a [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Recensione di Ilaria Bonfanti</em></p>
<p><iframe style="width: 120px; height: 240px;" src="http://rcm-it.amazon.it/e/cm?t=correlettedeg-21&amp;o=29&amp;p=8&amp;l=as1&amp;asins=8811697069&amp;ref=qf_sp_asin_til&amp;fc1=000000&amp;IS2=1&amp;lt1=_blank&amp;m=amazon&amp;lc1=0020FF&amp;bc1=FFFFFF&amp;bg1=FFFFFF&amp;f=ifr" height="240" width="320" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no" align="left"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Recensire un mostro sacro come Pier Paolo Pasolini non è di certo un&#8217;impresa facile, ma è sicuramente un&#8217;emozione che consiglio a chiunque ami la letteratura.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Confesso che la sensazione di trovarmi di fronte ad un gran libro mi è stata chiara da subito, dal momento in cui mi sono piacevolmente scontrata con la prefazione di Erri De Luca e ne ho avuto la conferma, quando, dopo poco, mi sono imbattuta nella dedica dell&#8217;autore: “<i>A Carlo Bo e Giuseppe Ungaretti, miei testimoni nel processo contro Ragazzi di vita”.</i></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Devo ammettere che questi nomi illustri mi hanno fatto quasi paura; in poche pagine ho avuto a che fare con dei personaggi, i cui nomi già da soli hanno una risonanza invidiabile, provate ad immaginare il peso che possono avere tutti insieme.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Questo spavento misto ad eccitazione però, per forza di cose, ha fatto si che la mia voglia di cominciare a leggere questo romanzo aumentasse ancora di più.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Per descrivere questo libro, il termine “lettura<i>” </i>mi è sembrato riduttivo fin dall&#8217;inizio, la definirei piuttosto come un&#8217; esperienza di completa immersione nella vita di questi ragazzi di borgata, abituati dalla prima infanzia a convivere con desolazione e violenza, a farli propri cercando di sopravvivere alla guerra contro la miseria.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Siamo negli anni 50, in una Roma post bellica impegnata a risollevarsi, incapace di far fronte ai bisogni dei più poveri. Le vite di questi giovani vengono descritte nelle loro realtà di baracche e sporcizia, nel loro squallore. Catapecchie dove genitori e figli vivono in condizioni igieniche indecenti, dove la fame fa da padrona insieme alla miseria; prostituzione, rapine e prevaricazione diventano termini comuni con i quali rapportarsi giorno dopo giorno.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;">“<span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Nel villaggio di baracche era già accesa qualche luce che si rifletteva nel fango. Gli altri ragazzini stavano giocando alla porta di casa, mentre dentro, in quelle stanzette dove vivevano in dieci o undici, si sentiva tutto uno strillare di donne che litigavano e di creature che facevano la pignarella.”</i></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Famiglie senza valori, aspirazioni puerili e una spaventosa abitudine alla violenza sono i cardini portanti nella narrazione pasoliniana che è però priva di ogni giudizio.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">La magia di Pasolini, per quanto mi riguarda, sta proprio in questo, nel fotografare in maniera magistrale una città, una generazione e una classe sociale senza che in questo vi sia la benchè minima avvisaglia di condanne morali. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">La presenza di Pasolini è evidente, è come se lui fosse in mezzo a quei ragazzi durante le partite a calcio, nei bar e nei circoli politici. Seduto accanto a Irene al cinema e sul lettino dell&#8217;ospedale insieme a Tommaso in fin di vita, lo scrittore è nel loro dialetto, nelle loro case e per le strade che dal centro portano in periferia.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Scrive Erri De Luca nella prefazione: <i>“..ma lui, Pasolini, dieci anni prima come aveva fatto da solo a stare in mezzo, molto in mezzo a quel popolo seminterrato vivo tra gli argini dei fossi dell&#8217;Aniene? Come aveva fatto, da solo e straniero che era, e da intellettuale che era, a mischiarsi cosi stretto e forte, a contagiarsi l&#8217;anima fino a trasformare il suo friulano nel romanesco borgataro brutale, canzonatorio e attaccabrighe?”</i></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Non so dirvi come ma sicuramente posso confermare che ci sia riuscito in pieno. Il lettore non è un semplice spettatore ma entra a far parte delle storie, è un <i>testimone</i> come ci ribadisce De Luca nella prefazione: scende in piazza, partecipa alle rivolte ed è pronto a descrivere questa “vita violenta” come se l&#8217;avesse toccata con le sue mani.</span></span></p>
<address>Ilaria Bonfanti</address>
<address>bonfanti@raccontopostmoderno.com</address>
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		<title>Petrolio</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jun 2013 18:40:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raccontopostmoderno.com</dc:creator>
				<category><![CDATA[Grandi Autori]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[recensione libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione di Raffaella Foresti Chi mi segue da un po’ sa che ho un’autentica passione per quelle sculture di Michelangelo chiamate Schiavi o Prigioni. Si tratta come noto di un gruppo di sei statue che l’artista realizzò (o meglio, avrebbe dovuto realizzare) per la tomba di Giulio II. Due di esse (lo Schiavo morente e lo Schiavo ribelle) si trovano al Louvre, mentre le altre quattro, le più belle, le più intense, le più evocative, hanno trovato (ahimè indegna) collocazione presso la Galleria dell’Accademia di Firenze, un po’ abbandonate ai lati del corridoio che conduce alla sala del perfettissimo, lucidissimo e finitissimo David. Questi Prigioni fiorentini (lo Schiavo giovane, lo Schiavo barbuto, lo Schiavo detto Atlante e lo Schiavo che si ridesta) sono noti per essere rimasti incompiuti e per aver consegnato alla storia non solo un chiaro segno della poetica michelangiolesca (le statue in torsione escono letteralmente dal blocco di marmo grezzo, ancora ben visibile) ma anche una voce, un concetto, destinato a fare presa, in modo particolare, sull’uomo postmoderno. Gli Schiavi, proprio perché “interrotti”, possiedono in sé la forza di bloccare il tempo in un istante eterno restituendo, in un solo momento, tutto il significato della creazione artistica, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="CENTER"><em>Recensione di Raffaella Foresti</em></p>
<p><iframe style="width: 120px; height: 240px;" src="http://rcm-it.amazon.it/e/cm?t=correlettedeg-21&amp;o=29&amp;p=8&amp;l=as1&amp;asins=8804548819&amp;ref=qf_sp_asin_til&amp;fc1=000000&amp;IS2=1&amp;lt1=_blank&amp;m=amazon&amp;lc1=0020FF&amp;bc1=FFFFFF&amp;bg1=FFFFFF&amp;f=ifr" height="240" width="320" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no" align="left"></iframe></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;">Chi mi segue da un po’ sa che ho un’autentica passione per quelle sculture di Michelangelo chiamate <i>Schiavi</i> o <i>Prigioni</i>.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Si tratta come noto di un gruppo di sei statue che l’artista realizzò (o meglio, avrebbe dovuto realizzare) per la tomba di Giulio II. Due di esse (lo <i>Schiavo morente</i> e lo <i>Schiavo ribelle</i>) si trovano al Louvre, mentre le altre quattro, le più belle, le più intense, le più evocative, hanno trovato (ahimè indegna) collocazione presso la Galleria dell’Accademia di Firenze, un po’ abbandonate ai lati del corridoio che conduce alla sala del perfettissimo, lucidissimo e finitissimo <i>David</i>.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Questi Prigioni fiorentini (lo </span><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Schiavo_giovane"><span style="color: #00000a;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Schiavo giovane</i></span></span></a><span style="font-family: Georgia, serif;">, lo </span><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Schiavo_barbuto"><span style="color: #00000a;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Schiavo barbuto</i></span></span></a><span style="font-family: Georgia, serif;">, lo </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Schiavo detto </i></span><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Atlante_%28Michelangelo%29"><span style="color: #00000a;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Atlante</i></span></span></a><span style="font-family: Georgia, serif;"> e lo </span><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Schiavo_che_si_ridesta"><span style="color: #00000a;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Schiavo che si ridesta</i></span></span></a><span style="font-family: Georgia, serif;">) sono noti per essere rimasti incompiuti e per aver consegnato alla storia non solo un chiaro segno della poetica michelangiolesca (le statue in torsione escono letteralmente dal blocco di marmo grezzo, ancora ben visibile) ma anche una voce, un concetto, destinato a fare presa, in modo particolare, sull’uomo postmoderno.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Gli <i>Schiavi</i>, proprio perché “interrotti”, possiedono in sé la forza di bloccare il tempo in un istante eterno restituendo, in un solo momento, tutto il significato della creazione artistica, la sua frustrazione e la sua vittoria.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">È proprio nel suo essere frammentario e non-finito, nel senso di cui sopra, che sta la maggior potenza di <i>Petrolio</i>, l’ultima opera letteraria di Pasolini.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Associo queste due forme d’arte, così distanti tra loro, perché in qualche modo sono accomunate da un suono così chiaramente udibile dall’uomo postmoderno che pur chiaramente prescinde, e di fatto trascende, i propositi dell’artista.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">È ormai praticamente certo, infatti, che Michelangelo non abbia intenzionalmente lasciato questi suoi lavori a metà, allo stesso modo che per Pasolini, che anzi sentiva come un dovere civile portare a compimento il romanzo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Questo disse P.P.P. nel 1975, l’anno prima di morire: “<i>Voglio rimettermi a scrivere. Anzi, ho ricominciato a scrivere. Sto lavorando a un romanzo. Deve essere un lungo romanzo, di almeno duemila pagine. S&#8217;intitolerà </i>Petrolio<i>. Ci sono </i><i>tutti i problemi di questi venti anni della nostra vita italiana politica, amministrativa, della crisi della nostra repubblica: con il petrolio sullo sfondo come grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che è quello che determina poi questa crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturità, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso neocapitalismo</i><i>. Ci sarà dentro tutto, e ci saranno vari protagonisti…</i>”. E questo è ciò che scrisse infine: “<i>Nel progettare e nel cominciare a scrivere il mio romanzo, io in effetti ho attuato qualcos&#8217;altro che progettare e scrivere il mio romanzo: io ho cioè organizzato in me il senso o la funzione della realtà; e una volta che ho organizzato il senso e la funzione della realtà, io ho cercato di impadronirmi della realtà. […] Nello stesso tempo in cui progettavo e scrivevo il mio romanzo, cioè ricercavo il senso della realtà e ne prendevo possesso, proprio nell&#8217;atto creativo che tutto questo implicava, io desideravo </i><i>anche</i><i> di liberarmi di me stesso, cioè di morire</i>”(Appunto 99 p. 419).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">In una lettera a Moravia, Pasolini fece sue (preveggendo, come sempre) le critiche che gli sarebbero state mosse nei decenni successivi alla pubblicazione di Petrolio, avvenuta solo nel 1992: questo è un libro incomprensibile, illeggibile, impubblicabile! Ecco alcuni frammenti della lettera: </span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Caro Alberto,</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>ti mando questo manoscritto perché tu mi dia un consiglio. E&#8217; un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia: rari sono i passi che si possono chiamare decisamente narrativi, e in tal caso sono passi narrativamente così scoperti (&#8220;ma ora passiamo ai fatti&#8221;, &#8220;Carlo camminava&#8230;&#8221; ecc, e del resto c&#8217;è anche una citazione simbolica in questo senso: &#8220;Il voyagea&#8230;&#8221;) che ricordano piuttosto la lingua dei trattamenti o delle sceneggiature che quella dei romanzi classici: si tratta cioè di &#8216;passi narrativi veri e propri&#8217; fatti &#8216;apposta&#8217; per rievocare il romanzo </i> […]</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>Ed ecco il consiglio che ti chiedo: ciò che ho scritto basta a dire dignitosamente e poeticamente quello che volevo dire?”.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Non sono Moravia ma ho letto il libro e ho una mia risposta: non solo ciò che vi troviamo scritto basta a dire dignitosamente e poeticamente ciò che Pasolini voleva dire. Penso che non ci sarebbe riuscito in altro modo. Come i <i>Prigioni</i> di Michelangelo anche <i>Petrolio</i>, così com’è, costituisce un lascito alla postmodernità. Anche Pasolini, dalle ultime parole della lettera a Moravia, sembra averlo capito<i>: “Questo romanzo non serve più molto alla mia vita (come sono i romanzi o le poesie che si scrivono da giovani), non è un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato…</i>”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Non resta che leggere il libro e provare a raccogliere questa eredità.</span></p>
<address>Raffaella Foresti</address>
<address>foresti@raccontopostmoderno.com</address>
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		<title>Hanjin</title>
		<link>http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/hanjin-racconto-breve/</link>
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		<pubDate>Tue, 04 Jun 2013 21:15:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raccontopostmoderno.com</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corona]]></category>
		<category><![CDATA[racconti brevi]]></category>

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		<description><![CDATA[Racconto breve di Andrea Corona 1 Neanche un libro. Hanjin è depresso. E la testa gli scoppia. Vendere libri è diventato impossibile. Da quando non esistono più le librerie, Hanjin fa il libraio porta a porta. Un modo di vivere che oltrepassa la soglia della legalità, specie quando propone l’acquisto di libri antecedenti l’instaurazione del Regime. Quale che sia l’argomento dei libri, infatti, quelli sprovvisti di bollo sono considerati dei prodotti potenzialmente sovversivi perché, in un modo o nell’altro, possono descrivere il passato. Come per i cibi o per gli indumenti, anche su libri e riviste è necessario che vi sia apposto il bollo del Regime. Con questa miseria non li compra più nessuno. In tempi di guerra nessuno ha interesse a spendere soldi per dei vecchi libri. Hanjin lo sa. Nei primi anni del nuovo regime riceveva molte richieste, ma da allora tante cose sono cambiate. Eppure venderne ancora qualcuno significherebbe molto per lui. Gli ricorderebbe i suoi clienti e i giorni felici trascorsi in libreria, ma soprattutto gli porterebbe alla mente il tempo in cui i libri non venivano distribuiti dai funzionari del Regime, ma acquistati per libera scelta dei lettori. Mi sono perso. Oggi ha fatto un [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="RIGHT"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i> Racconto breve</i><i> di Andrea Corona</i></span></span></p>
<p style="text-align: left;" align="RIGHT"><a href="http://www.raccontopostmoderno.com/wp-content/uploads/2013/06/hanjin.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-4564" alt="hanjin" src="http://www.raccontopostmoderno.com/wp-content/uploads/2013/06/hanjin-1024x314.jpg" width="1024" height="314" /></a></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">1</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Neanche un libro</i>. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Hanjin è depresso. E la testa gli scoppia.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Vendere libri è diventato impossibile</i>.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Da quando non esistono più le librerie, Hanjin fa il libraio porta a porta. Un modo di vivere che oltrepassa la soglia della legalità, specie quando propone l’acquisto di libri antecedenti l’instaurazione del Regime. Quale che sia l’argomento dei libri, infatti, quelli sprovvisti di bollo sono considerati dei prodotti potenzialmente sovversivi perché, in un modo o nell’altro, possono descrivere il passato. Come per i cibi o per gli indumenti, anche su libri e riviste è necessario che vi sia apposto il bollo del Regime. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Con questa miseria non li compra più nessuno</i>.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">In tempi di guerra nessuno ha interesse a spendere soldi per dei vecchi libri. Hanjin lo sa. Nei primi anni del nuovo regime riceveva molte richieste, ma da allora tante cose sono cambiate. Eppure venderne ancora qualcuno significherebbe molto per lui. Gli ricorderebbe i suoi clienti e i giorni felici trascorsi in libreria, ma soprattutto gli porterebbe alla mente il tempo in cui i libri non venivano distribuiti dai funzionari del Regime, ma acquistati per libera scelta dei lettori. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Mi sono perso</i>.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Oggi ha fatto un giro più lungo del solito. È il sesto giorno che non vende neanche un libro e il terzo di digiuno quasi totale. E così, nella speranza di guadagnare qualche soldo, Hanjin ha iniziato a spingersi oltre il Distretto Verde e attraversare dei distretti sinora inesplorati. Ma il risultato è che adesso non sa più dove si trova.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>E qui dentro è un forno.</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Nell’abitacolo dell’auto la temperatura continua a salire. Ciò nonostante, quella vecchia Hangar color ambra è diventata tutto per Hanjn. Non solo mezzo di locomozione, ma anche casa e deposito libri.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Devo fermarmi. Non posso continuare così per un altro giorno. Devo trovare un posto per riposare…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Il libraio estrae una torcia e una mappa dal cruscotto. Il suo sospetto è di essere finito nel Distretto Giallo o, peggio ancora, di aver varcato i confini del Distretto Blu.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">… <span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>ma dormire in macchina in un distretto che non conosco è troppo pericoloso</i>.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Hanjin percorre ancora un tratto di strada, ma un manto di densa nebbia cala prepotentemente a minacciare la visibilità del guidatore. All’improvviso, dalla strada emergono due fari provenienti dalla direzione opposta. Hanjin li scorge quando sono ormai a pochi metri. Per evitare lo schianto, sterza di colpo ed esce di strada. La vecchia Hangar sbanda e scivola in un fossato. Il motore si spegne e il libraio batte la fronte contro il parabrezza.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Santo cielo…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Col cuore in gola, Hanjin si passa il dorso della mano sulla fronte ammaccata e imperlata di sudore. Si inumidisce le labbra secche. Con entrambe le mani, poi, si massaggia le tempie. I mal di testa sono sempre più forti e frequenti. Passato lo shock per il pericolo appena scampato, fa un respiro profondo e decide di rimettersi in marcia. La nebbia diventa ancora più fitta quando la Hangar si immette in un viottolo che sbocca in una strada sterrata. Inaspettatamente, però, dalla nube emerge un’insegna:</span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Benvenuti a </i></span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>NOVANTA</i></span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">2</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Piange, la donna, mentre guarda la fotografia ormai usurata. Nonostante sia abituata a quella prigionia, oggi per Nikel è un giorno più triste del solito. Con le guance rigate dalle lacrime, ripensa al tempo che fu. E alla notte in cui ha smesso di sperare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Già tre anni…</i></span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">3</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Che razza di nome per un paese&#8230;</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Il libraio controlla nuovamente la mappa, ma di Novanta nessuna traccia. Il precedente sospetto di essere finito in un distretto lontano si tramuta nella paura di ritrovarsi solo in un paese completamente ignoto. La nebbia costringe Hanjin a rallentare ancora. La maggiore attenzione gli fa dimenticare il sonno, mentre sulla strada non incrocia nessun altro veicolo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Dove diavolo…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">La nebbia gli fa compagnia sino alle prime case del paese. Case buie, come buie sono le strade. Buie e deserte. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Non mi piace… E fa anche un caldo infernale… Meglio andar via… E al più presto…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Hanjin fa inversione di marcia per tornare da dove è venuto. Non sa esattamente da dove sia venuto, in realtà, ma l’importante, al momento, è andar via di lì.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Devo uscire da questo mortorio… Mi innervosisce…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Giusto il tempo di pigiare sul pedale dell’acceleratore. E alle spalle si accendono quelle luci intermittenti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Maledizione!</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Sbucata da non si sa dove, una pattuglia della polizia affianca la vettura del libraio. Una mano fa segno ad Hanjin di accostare. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Ci mancava solo questo…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Hanjin inizia a tremare. Conosce i poliziotti di campagna e sa che detestano i forestieri che passano per le loro strade, soprattutto quando lo fanno senza rispettare i segnali e i regolamenti locali.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Scenda dalla vettura, signore. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Non ha la divisa da rendőr… Com’è possibile?</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Il primo particolare notato da Hanjin è che quella indossata dall’energumeno che gli sta dinanzi non è la solita casacca dei funzionari armati del Regime.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Mi ascolti… Mi sono perso… </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Scenda subito dalla vettura!</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Il secondo particolare notato da Hanjin è che l’energumeno ha un fucile di vecchia generazione, e non un moderno Gehrung.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Mi ascolti, rendőr, è evidente che ho perso la strada… Non so dove mi trovo e non conosco le leggi locali, per cui se ho fatto qualcosa di sbagliato…</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Hanjin non fa in tempo a completare la frase, che il calcio del fucile lo raggiunge con violenza al volto. Grida, Hanjin, per lo stupore oltre che per il dolore, mentre stramazza al suolo. Riverso sul terreno, si accorge che l’energumeno sta parlando. È troppo intontito per capire tutto, ma riesce a tratti a captare qualcosa.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Qui l’agente Tolma… servono rinforzi… Un forestiero… ha parlato di un rendőr… Probabilmente un fuggitivo… </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Erano secoli che Hanjin non sentiva questa parola: “agente”.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Tirati su! Alzati!</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">L’agente perquisisce il libraio.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Hai superato il limite di velocità.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Le giuro che non ho visto il cartello…</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Certo, i forestieri dicono tutti così. E lo ripetono in cella.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Hanjin stenta a credere a quell’ultima frase.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-In… cella?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Scommetto che il giudice Basilias ti giudicherà colpevole.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">E, nel dire ciò, l’agente Tolma requisisce la patente di Hanjin.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Ma… cosa fa?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Prendo la tua patente. Così sono sicuro che non tenterai di scappare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Ma questa è una pazzia!</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Stavolta il fucile raggiunge le costole.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-L’oltraggio a pubblico ufficiale è un reato grave.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Mio Dio…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Hanjin è piegato in due dal dolore. Respira a fatica e gli lacrimano gli occhi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Dove sono finito…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">A un tratto si sente furioso. Non ha venduto neppur un libro. Non ha mangiato, non ha dormito e si è quasi ucciso uscendo di strada. Si è perso e non sa dove si trova. Ha la testa ammaccata e il volto tumefatto. E il respiro corto per il colpo alle costole. E per giunta è incappato in un pazzo che minaccia di rinchiuderlo in una cella. Non gli resta altra soluzione che raccogliere le ultime forze e avventarsi sull’agente Tolma.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Lurido mudak!</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Hanjin si fionda sull’energumeno che, visibilmente sorpreso, viene atterrato. E in un attimo il libraio è cavalcioni sul suo avversario. Afferra un sasso e lo solleva in alto per poi farlo cadere contro la testa pelata dell’agente. Aspetta solo di sentire il rumore dell’impatto.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Non ci provare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Insieme alla voce, Hanjin sente il contatto di una geweer puntata alla nuca.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Lort!…</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Il forestiero impreca mentre, arrendendosi, lascia cadere il sasso.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Insieme a Tolma c’era un secondo agente. Più basso e tarchiato del collega, se n’era rimasto in disparte. Al punto da non venire neanche notato, complice la fitta nebbia, dal forestiero.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Sempre con la pistola puntata addosso, Hanjin viene ammanettato e scaraventato nell’autopattuglia.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Mentre lampeggiano le sirene e i tre si dirigono verso il centro del paese, il forestiero rivede l’insegna di quel luogo misterioso. Un luogo non segnato sulla mappa. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Ma la mappa ha il bollo del Regime&#8230; </i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">E, mentre sopraggiungono altre pattuglie, per la seconda volta, quella notte, Hanjin rivede la scritta:</span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Benvenuti a </i></span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>NOVANTA</i></span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">4</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Nikel si è addormentata con la vecchia fotografia ancora tra le mani e le guance rigate dalle lacrime. Ha un incubo, per sua fortuna interrotto di colpo dal trambusto proveniente dalla strada. Apre le tende e vede delle pattuglie della polizia. Da una di esse scende una figura ammanettata. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Un altro forestiero inghiottito da quest’incubo di paese… Da questa prigione a vita…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Poi, ad un tratto, un faro illumina l’uomo in pieno viso. E Nikel non crede ai suoi occhi. L’uomo ha il volto tumefatto e sporco di terra, la barba ispida e un’incipiente canizie, ma è senza dubbio lui.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Mio Dio! Ma allora è vivo!</i></span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">5</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Il giorno del processo, Nikel siede su una panca fuori l’aula di tribunale. Conosce già il destino di Hanjin e non se la sente di assistere all’ennesima messinscena.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Intanto, all’interno dell’aula, il vecchio giudice si è schiarito la voce.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Imputato Hanjin… è accusato di non aver rispettato i limiti di velocità, di oltraggio a pubblico ufficiale, di aggressione e di resistenza all’arresto.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Ma sono stati loro che…</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Silenzio! Cosa vorrebbe fare? Intende forse denunciarli? Lei?! Lei che ha dichiarato di non avere famiglia, né lavoro fisso, né fissa dimora, né assicurazioni sociali! Vuole forse sfidare questa corte?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Io… no… Certo che no… </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Balbetta Hanjin mentre si avvicina al banco del giudice e, con un gesto maldestramente amichevole e certamente avventato, poggia le mani sul suo banco.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Ma non capisco come il fatto di non aver famiglia possa costituire un’aggravante…</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Basta! Questo tribunale la dichiara colpevole di tutti i reati di cui è accusato!</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Basilias batte energicamente il martello sulle mani dell’imputato, rompendogli quasi le dita. Hanjin, furioso e incredulo, lancia grida di dolore.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-E la condanno a cinque anni di lavori forzati!</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Hanjn è furente. Sta per urlare qualcosa, ma il giudice non ha finito di emettere la sua condanna:</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-… O, a sua scelta, a vivere in questa comunità per essere utile per almeno dieci anni!</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Ma siete tutti pazzi?! Non può dire sul serio! Questo incubo non può essere vero! </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Silenzio!</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Vostro onore, ha almeno fissato una cauzione?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Naturalmente. La cauzione è fissata per la somma di trentamila euro. Possiede questa somma?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Ha detto trentamila… <i>euro</i>? No, certo che no! Come potrei?! Gli euro non sono più in vigore da…</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-A lei la scelta, dunque: cinque anni nella nostra prigione; o dieci nel nostro paese.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Scelgo i dieci anni… </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Lo immaginavo. Imputato Hanjin, in tal caso, le verrà assegnato un impiego. La sua vettura conteneva dei libri, quindi, se lo vorrà, potrà essere impiegato nella nostra biblioteca. La corte decide inoltre che in questi dieci anni dovrà formarsi una famiglia e avere almeno due figli. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Basilias si rivolge allora a un agente, che Hanjin riconosce come quello tarchiato.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Agente Cosco, faccia entrare la cittadina Nikel.</span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">6</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Nikel…?</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Hanjin non può credere ai suoi occhi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">La ragazza si avvicina al banco. Suda. Ma, del resto, tutti sudano in questo inferno di paese. Poi, si volta verso Hanjin. E lo guarda con occhi acquosi. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Ha i capelli più corti…</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Nikel è più alta, ora. E porta un caschetto rosso. Non ha più l’acconciatura di – quanto tempo è passato? – tre anni, sì, tre anni prima. Quando Hanjin portò in salvo una ragazzina durante una guerriglia scoppiata nel Distretto Blu.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Il giudice Basilias riprende a parlare, riportando Hanjin al presente:</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Cittadina Nikel, ha ormai raggiunto la maggiore età e pertanto le spetta un marito. Hanjin… Nikel… Vi dichiaro marito e moglie. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">E, così dicendo, si rivolge al nuovo cittadino di Novanta:</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Può baciare la sposa. L’udienza è tolta!</span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">7</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Hanjin bacia sua moglie. Le labbra di Nikel sanno un po’ di ciliegia. Poi, quando sono finalmente soli, Hanjin chiede spiegazioni.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Ti prego, dimmi che è tutto un brutto sogno.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Sono tre anni che spero di svegliarmi, Hanjin. No, non è un sogno.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-E allora spiegami!</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-No, Hanjin! Spiegami tu! Quella notte, la notte della guerriglia, quando i rivoluzionari tentarono di far cadere il Regime e tu mi salvasti da quel palazzo in fiamme, perché all’improvviso mi abbandonasti e corresti via? Perché non mi portasti con te fuori dal Distretto Blu?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Perché fra i rivoluzionari c’era <i>mia moglie</i>. La mia <i>vera</i> moglie, che non ho mai più rivisto. Mi sembrò di scorgerla in lontananza, e così corsi da lei. Ma non riuscii a raggiungerla. Perdonami, Nikel. Ma forse è stato meglio così. Non sai cosa ho sofferto in questi anni. Ma dimmi di te, invece. Cos’è questo posto lontano dallo spazio e dal tempo? Perché non è segnato su nessuna mappa? Perché qui parlano <i>la</i> <i>paleolingua</i>?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Quando sei corso via ti è caduto il portafogli. Ho visto allora i tuoi documenti, il tuo nome e la tua foto. E così sulle prime ho pensato di trovare un riparo, o un alloggio provvisorio coi tuoi soldi, ma intorno a me era l’inferno. Allora sono scappata via, mi sono nascosta, ho dormito un po’ e al risveglio ho ripreso la mia fuga. All’improvviso non ho visto più niente, ero completamente avvolta dalla nebbia. Mi si è poi avvicinato un uomo, mi ha presa per mano e mi ha condotta qui. Quell’uomo era Basilias.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Cosa? Il giudice? Ma… allora…</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Sì, Hanjin, il giudice. È lui che ha fondato questo paese. Molti anni fa arrivò qui e vi si stabilì. Altri lo seguirono e crearono una comunità armonica e, devo ammetterlo, benestante. Alcuni, fuggiaschi come me, ritornarono ai loro Distretti, ma da allora le misure di sicurezza sono aumentate. Basilias non può permettere che si parli di questo posto altrove, o vedrebbe crollare tutto il suo paradiso. I dissidenti sono costretti a rimanere, o mandati ai lavori forzati. E, a volte, nei casi più estremi, vengono… eliminati.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Non capisco. Possibile che non ci sia una via di fuga? Come potete sopportare di vivere in questo paese di plastica, fatto di persone di plastica coi loro sorrisi di plastica? Un paese dove i matrimoni si celebrano in tribunale?!</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Hanjin, cerca di capire! Questo posto è una prigione, è vero; ma la vita là fuori è forse migliore? Non c’è lavoro, non c’è istruzione, io stessa crebbi senza libri. Si può anzi dire che è qui che ho imparato a leggere e scrivere davvero. Anch’io vorrei un mondo migliore, un mondo <i>vero</i>… Lo sogno tutte le notti… Ma adesso ho te, e tu hai il tuo lavoro in biblioteca, hai una casa, una famiglia… </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Nikel osserva il volto accigliato di Hanjin e tira un lungo sospiro.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Ma tu vuoi ritrovare tua moglie, e lo capisco. Così come capisco che non mi ami. Ma devi sapere che questo paese è nato come una cellula di micro-resistenza nei confronti del Regime. Poi, un giorno, Basilias si disse che se lo scopo di combattere il Regime era quello di stabilire una comunità felice, allora tanto valeva farlo qui, e cercare di vivere in armonia in questo fazzoletto di terra.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-La pace non si può imporre col terrore. E la democrazia non si può importare, non la si può <i>infliggere</i>.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Hanjin si fa ancora più cupo. È triste. E arrabbiato.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-E poi non sopporto di vedere quel maledetto cartello “Benvenuti a Novanta”! Per quanto dovrò sopportarne ancora la vista? </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Oh, per questo non devi preoccuparti…</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Nikel indica l’insegna. È stata riverniciata di fresco.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">-Perché ora che ci sei tu, il paese ha un nuovo abitante…</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Hanjin alza lo sguardo. E non crede ai suoi occhi. Quel che vede è una nuova scritta:</span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Benvenuti a </i></span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>NOVANTUNO</i></span></span></p>
<address><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><i>Andrea Corona</i></span></span></address>
<address><span style="color: #333333;"><a href="mailto:corona@raccontopostmoderno.com"><span style="font-family: Georgia, serif; color: #333333;"><span style="font-size: small;"><i>corona@raccontopostmoderno.com</i></span></span></a></span></address>
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		<title>Inno alla Vita</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jun 2013 20:47:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raccontopostmoderno.com</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Terra]]></category>
		<category><![CDATA[racconti brevi]]></category>

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		<description><![CDATA[Racconto breve di Marco La Terra &#160; Il carretto si muove lentamente lungo la strada sterrata, fra maggese e campi di grano color dell’oro. Il percorso si snoda rettilineo e regolare, in leggera discesa, tra il frinire delle cicale e, in lontananza, la rassicurante compagnia di mucche, vitelli e capre. Il cielo, screziato di rosa, si tinge lentamente d’azzurro e annuncia un giorno luminoso e denso di speranza. Sulla pelle avverto lo spirare di una gradevole brezza mattutina che porta con sé odore di rugiada, mischiato agli inconfondibili effluvi del concime e del muschio qui intorno. Non so come ci sono finito, su questa strada: l’unica cosa che ricordo è di essermi svegliato questa mattina, questa mattina come tutte le altre, e di non aver provato un’emozione particolare nella consapevolezza di essere ancora vivo. Il mio nulla interiore ne ha semplicemente preso atto, mentre le sue escrescenze preparavano un caffè nero e bollente. Insipido, come sempre. Ho compiuto i soliti gesti, automatici e inconsapevoli, mentre mi vestivo per andare a lavoro, e nello scendere le scale di casa pensavo che la mia esistenza, spesa fra racconti da due soldi e incessanti letture, indici evidenti di una radicata asocialità, non ha [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Racconto breve di Marco La Terra</em></p>
<p><a href="http://www.raccontopostmoderno.com/wp-content/uploads/2013/06/innoallavita2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4561" alt="innoallavita2" src="http://www.raccontopostmoderno.com/wp-content/uploads/2013/06/innoallavita2.jpg" width="762" height="327" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">Il carretto si muove lentamente lungo la strada sterrata, fra maggese e campi di grano color dell’oro.</p>
<p align="JUSTIFY">Il percorso si snoda rettilineo e regolare, in leggera discesa, tra il frinire delle cicale e, in lontananza, la rassicurante compagnia di mucche, vitelli e capre. Il cielo, screziato di rosa, si tinge lentamente d’azzurro e annuncia un giorno luminoso e denso di speranza.</p>
<p align="JUSTIFY">Sulla pelle avverto lo spirare di una gradevole brezza mattutina che porta con sé odore di rugiada, mischiato agli inconfondibili effluvi del concime e del muschio qui intorno.</p>
<p align="JUSTIFY">Non so come ci sono finito, su questa strada: l’unica cosa che ricordo è di essermi svegliato questa mattina, questa mattina come tutte le altre, e di non aver provato un’emozione particolare nella consapevolezza di essere ancora vivo.</p>
<p align="JUSTIFY">Il mio nulla interiore ne ha semplicemente preso atto, mentre le sue escrescenze preparavano un caffè nero e bollente.</p>
<p align="JUSTIFY">Insipido, come sempre.</p>
<p align="JUSTIFY">Ho compiuto i soliti gesti, automatici e inconsapevoli, mentre mi vestivo per andare a lavoro, e nello scendere le scale di casa pensavo che la mia esistenza, spesa fra racconti da due soldi e incessanti letture, indici evidenti di una radicata asocialità, non ha davvero uno straccio di logica.</p>
<p align="JUSTIFY">Del resto, quale esistenza ne ha?</p>
<p align="JUSTIFY">La vostra, forse?</p>
<p align="JUSTIFY">Non fatemi ridere.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche questa mattina, il mondo esterno stentava a comunicarmi emozioni tangibili o semplici sensazioni: come al solito, mi sono divertito a far implodere il cuore su se stesso, vittima innocente di pensieri ciechi e confusi.</p>
<p align="JUSTIFY">Nulla interiore e suicidi emotivi: la solita merda che mi ristagna nel petto.</p>
<p align="JUSTIFY">Mentre fumavo, nel vano tentativo di esorcizzare la paralisi spirituale che mi attanaglia ogni giorno, desideravo essere avvolto da una nube, densa e rassicurante, che mi rendesse invisibile agli occhi di tutti.</p>
<p align="JUSTIFY">Del resto, il desiderio più radicato della mia esistenza, sin qui faticosamente vissuta, è sempre stato quello di scomparire: sarà vigliaccheria o inadeguatezza esistenziale, ma so per certo che le cose sono sempre andate così, nel mondo parallelo che sono costretto a vivere ogni giorno.</p>
<p align="JUSTIFY">Mentre mi perdevo in simili fantasticherie, la rabbiosa ostinazione e l’atavica insofferenza che mi contraddistinguono pulsavano con forza nel mio animo, rendendomi inconsapevole di dove stessi andando, dentro e fuori di me.</p>
<p align="JUSTIFY">L’unica cosa che riesco a ricordare adesso è che, nell’accingermi ad attraversare Via V., ho ripensato a quel tratto di strada che collega Zamora a Granja de Moreruela, lungo la Via della Plata, verso Santiago de Compostela: quaranta chilometri di inferno immersi in paesaggi che paiono disegnati da Van Gogh, per l’intensità dei colori generati dall’insostenibile sole agostano. Colori intensi, ardenti e selvaggi, che strappano dalla bocca maledizioni intrise di autentico dolore fisico, cui fa seguito la più completa serenità, una volta compreso che la sofferenza iniziale rappresenta un passaggio obbligato verso un mondo migliore, dentro se stessi.</p>
<p align="JUSTIFY">Adoro certi ossimori.</p>
<p align="JUSTIFY">Smarrito in queste riflessioni, mi sono ritrovato a calcare non più l’asfalto, liscio e regolare, che ogni giorno conduce il mio corpo sul posto di lavoro bensì sabbia, arenaria e sassi, che scricchiolano piacevolmente sotto i miei piedi, man mano che il carretto avanza.</p>
<p align="JUSTIFY">E quindi eccomi qui, adesso, lungo questa strada aliena dallo spazio e dal tempo, mentre seguo a capo chino una folla di ombre indistinte che, altrettanto lentamente, segue l’insicuro avanzare del carretto.</p>
<p align="JUSTIFY">In effetti, ho proprio l’impressione di trovarmi in coda a una processione di semplici spiriti: viste da dietro, le figure paiono sagome appena abbozzate, prive di tratti somatici definiti. Potrebbero essere uomini, donne, giovani o anziani.</p>
<p align="JUSTIFY">Non so, non lo riesco a capire.</p>
<p align="JUSTIFY">Mentre avanzo, scorgo in lontananza il carretto: stranamente, riesco a coglierne i minimi dettagli.</p>
<p align="JUSTIFY">Esso è trainato da un vecchio ronzino dal pelo grigiastro che procede in mezzo all’arsura con la lingua penzoloni e il passo stanco: il carretto è composto da quattro assi orizzontali, inchiodate alla bell’e meglio sullo scheletro della struttura portante, e da un parapetto così basso da rendere plausibile il rischio che la bara, posta su di esso, si ribalti al minimo scossone. Infatti le ruote trainanti, grandi e a raggiera, presentano un battistrada molto sottile e sembrano composte dello stesso materiale di cui sono fatti il carro e la bara.</p>
<p align="JUSTIFY">Legno marcio, marcio come il cadavere che giace nel feretro, il cui lezzo aumenta di intensità man mano che la processione avanza.</p>
<p align="JUSTIFY">Sembro l’unico ad accorgersi di questo sgradevole dettaglio, a dire il vero, il solo a provare disagio e una forte sensazione di nausea con l’andar del cammino: le ombre continuano ad avanzare con passo regolare, come se nessun fenomeno naturale potesse alterare la loro andatura.</p>
<p align="JUSTIFY">Cerco di non pensare al malessere che mi sta attanagliando le viscere e focalizzo l’attenzione sull’autista seduto a cassetta: con mio enorme stupore, il carretto sembra esserne privo, rivelandosi dunque un’entità a sé stante dietro cui le ombre e il sottoscritto camminano inconsapevoli, verso una meta ignota.</p>
<p align="JUSTIFY">Mi concentro sulle ombre cercando di scorgerne qualche dettaglio.</p>
<p align="JUSTIFY">Niente.</p>
<p align="JUSTIFY">Nessuna voce, nessuna preghiera, nessun pianto.</p>
<p align="JUSTIFY">Silenzio.</p>
<p align="JUSTIFY">Solo silenzio.</p>
<p align="JUSTIFY">Nient’altro che un lungo, intenso e angosciante silenzio, rotto solamente dal mio passo regolare: le ombre non emettono alcun suono, e più che camminare paiono fluttuare nell’aria.</p>
<p align="JUSTIFY">A un certo punto, alla mia sinistra, una di esse estrae dalla tasca qualcosa che non riesco a scorgere.</p>
<p align="JUSTIFY">Osservo con più attenzione: un rosario, che dio mi fulmini!</p>
<p align="JUSTIFY">Un rosario candido come la neve, che riluce intensi bagliori sotto questo sole agostano.</p>
<p align="JUSTIFY">L’ombra lo impugna con la mano sinistra e, con il pollice e l’indice della destra, comincia a sgranarne i chicchi, abbandonandosi a una litanìa che nulla c’entra con il silenzio sacrale creatosi sino a quel momento.</p>
<p align="JUSTIFY">Un silenzio completo, irreale, artefatto, fragile e traditore come la vita.</p>
<p align="JUSTIFY">Un silenzio spezzato da quell’incomprensibile voce rivolta a un’entità che non può essere ammessa, in questo luogo dimenticato da dio.</p>
<p align="JUSTIFY">Ad un tratto, un vivido fuoco avvolge l’ombra raccolta in preghiera, e urla di terrore squarciano l’aria con una forza bestiale.</p>
<p align="JUSTIFY">L’essere si getta per terra e comincia a scalciare, emettendo lunghi suoni gutturali simili a ululati, ululati intrisi di sofferenza.</p>
<p align="JUSTIFY">Le mie gambe s’arrestano impietrite.</p>
<p align="JUSTIFY">Immobili.</p>
<p align="JUSTIFY">Impotenti.</p>
<p align="JUSTIFY">Osservo il corpo che continua a urlare in preda a quel dolore lancinante, senza ricevere aiuto da nessuno: alla fine, dopo qualche minuto, rimane immobile e scomposto, disteso lungo la rena.</p>
<p align="JUSTIFY">Intorno a me, le altre ombre si sono dileguate, dissolte, come se non fossero mai esistite e il ronzino, spaventato dall’accaduto, è oramai un concetto quasi indistinguibile lungo la linea dell’orizzonte: lo scorgo galoppare con un insospettabile furore, trascinando con sè il già malandato carretto.</p>
<p align="JUSTIFY">Non scorgo più la bara. Rimango immobile, perplesso.</p>
<p align="JUSTIFY">Abbasso gli occhi e la vedo a una ventina di metri da me.</p>
<p align="JUSTIFY">Aperta.</p>
<p align="JUSTIFY">Poco distante, il cadavere di un uomo giace bocconi lungo la strada: dalla posizione in cui mi trovo, posso distinguerne gli stivali dalla pelle marrone, i pantaloni di colore nero e un soprabito, liso e consumato, anch’esso nero.</p>
<p align="JUSTIFY">Lentamente, inizio a muovere qualche passo nella direzione del morto: una strana forza mi sospinge verso di lui.</p>
<p align="JUSTIFY">Voglio osservarlo.</p>
<p align="JUSTIFY">Voglio capire.</p>
<p align="JUSTIFY">Devo capire.</p>
<p align="JUSTIFY">Le sue mani, bianche e immobili, giacciono lungo la sabbia, all’altezza della testa, rivolta verso sinistra.</p>
<p align="JUSTIFY">La bocca dell’uomo è socchiusa, e con estremo spavento scorgo un cospicuo fiotto di sangue che fluisce da essa, lento e regolare.</p>
<p align="JUSTIFY">Come se si stesse svuotando.</p>
<p align="JUSTIFY">Come se non fosse morto, in verità.</p>
<p align="JUSTIFY">La capigliatura, folta e corvina, ne copre parzialmente il volto anche se scorgo l’occhio sinistro, del tutto aperto, emanare una luce di brace in fondo a quel nero color tenebra.</p>
<p align="JUSTIFY">Mi inginocchio e mi chino su di lui.</p>
<p align="JUSTIFY">Voglio vederlo in faccia.</p>
<p align="JUSTIFY">Voglio capire.</p>
<p align="JUSTIFY">Devo capire.</p>
<p align="JUSTIFY">Scosto quella selva di capelli e, mentre lo fisso in volto, il fiato mi si ghiaccia nei polmoni e dai miei occhi iniziano a sgorgare lacrime silenziose che non posso controllare.</p>
<p align="JUSTIFY">Incredule.</p>
<p align="JUSTIFY">Disperate.</p>
<p align="JUSTIFY">Quell’uomo sono io.</p>
<p align="JUSTIFY">Non ho tempo di riavermi dall’orrendo stupore perché, all’improvviso, una forza brutale mi abbatte sulla rena incendiata dal sole e un’intensa percezione di gelida impotenza comincia a impadronirsi di me.</p>
<p align="JUSTIFY">Quelle mani, fredde e dure come il marmo, stanno stringendo la mia gola.</p>
<p align="JUSTIFY">Il morto mi osserva dall’alto, con quei suoi occhi neri, vuoti e impenetrabili, mentre un ghigno selvaggio si dipinge sulla sua bocca sanguinolenta.</p>
<p align="JUSTIFY">- È colpa tua, se sono morto così. Morto come un cane rabbioso, dimenticato da tutti! –</p>
<p align="JUSTIFY">- …mm…mma chh..chhhi sssei? -, domando a stento.</p>
<p align="JUSTIFY">- Lo sai chi sono, lo sai benissimo chi sono! Io sono la tua maledizione, la persona che hai sempre odiato di più! E adesso sono qui, per portarti via con me lungo il Regno delle Ombre, dove tutto è vuoto e freddo. È questo che volevi no? È questo che andavi cercando durante la tua vita, vero? Io sono qui per restituirti un po’ del tuo dolore!”.</p>
<p align="JUSTIFY">Cerco di rispondere ma non ne ho più le forze.</p>
<p align="JUSTIFY">Spalanco la bocca nel tentativo di inspirare un filo d’aria, ma le uniche sensazioni che avverto sono l’intenso bruciore dei miei polmoni e un gelo tagliente diffondersi dalle gambe lungo tutto il corpo, avvolgendolo nella nebbia.</p>
<p align="JUSTIFY">Un pallore mortale invade il mio volto e spalanco gli occhi, nell’ultimo anelito di vita.</p>
<p align="JUSTIFY">Guardo il cielo azzurro, totalmente sgombro di nubi.</p>
<p align="JUSTIFY">Terso, perfetto, immortale.</p>
<p align="JUSTIFY">E piango.</p>
<p align="JUSTIFY">Dissolvenza.</p>
<p align="JUSTIFY">Nero.</p>
<p align="JUSTIFY">Silenzio………………………………………</p>
<p align="JUSTIFY">- Avvocato, si sente bene? -</p>
<p align="JUSTIFY">Una voce.</p>
<p align="JUSTIFY">- Avvocato, mi scusi. Il giudice la sta chiamando –</p>
<p align="JUSTIFY">Mi scuoto con un movimento innaturale del corpo, come colpito da un fulmine.</p>
<p align="JUSTIFY">Intorno a me, i soliti muri del tribunale.</p>
<p align="JUSTIFY">Le solite aule.</p>
<p align="JUSTIFY">I soliti volti.</p>
<p align="JUSTIFY">- Avvocato ma… si sente bene? –, domanda la voce.</p>
<p align="JUSTIFY">- Sì… sì… sto benissimo, grazie –</p>
<p align="JUSTIFY">- È molto pallido. È sicuro di stare bene? –</p>
<p align="JUSTIFY">- Sì… davvero… sto bene –</p>
<p align="JUSTIFY">- Beh, guardi che il giudice è da un po’ che la sta chiamando. Aula B –</p>
<p align="JUSTIFY">- Grazie, vado subito –</p>
<p align="JUSTIFY">Mi guardo intorno, stranito.</p>
<p align="JUSTIFY">Sembra davvero tutto uguale, come sempre.</p>
<p align="JUSTIFY">Regolare, monotono, privo di vita.</p>
<p align="JUSTIFY">Tutto come al solito.</p>
<p align="JUSTIFY">Emetto un profondo sospiro.</p>
<p align="JUSTIFY">Cosa può essermi successo? Perché questo strano sogno? E come mai, d’improvviso, il mio cuore percepisce qualcosa, qualcosa di vivo?</p>
<p align="JUSTIFY">Non lo so.</p>
<p align="JUSTIFY">Non so più nulla.</p>
<p align="JUSTIFY">Tutto mi sembra capovolto ma, al di là di questo senso di smarrimento, avverto una strana serenità.</p>
<p align="JUSTIFY">Lentamente, mi avvio verso l’aula designata per l’udienza avanzando con passo leggero e tranquillo, così lontano dall’ambiente in cui mi trovo.</p>
<p align="JUSTIFY">L’aula B è qui, di fronte a me.</p>
<p align="JUSTIFY">Mi fermo ad osservare la porta chiusa, di colore rosso, anonima e insignificante come sempre.</p>
<p align="JUSTIFY">Non mi interessa più nulla, di tutte queste cazzate.</p>
<p align="JUSTIFY">Un lieve sorriso si dipinge sul mio volto: il giudice mi sta aspettando, non possiamo farlo attendere.</p>
<address>Marco La Terra</address>
<address>laterra@raccontopostmoderno.com</address>
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		<title>Panta Rei</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jun 2013 20:18:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raccontopostmoderno.com</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti brevi]]></category>

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		<description><![CDATA[Racconto breve di Giulia Costi “È sempre un piacere dare belle notizie!” pensò tra sé il medico uscendo dalla stanza in un fruscio di cartelle e radiografie. Paolo, attonito, sedeva sul lettino. La notizia della guarigione lo aveva colpito alla bocca dello stomaco mozzandogli il fiato. Non si arrischiava ad alzarsi perché aveva la netta impressione che le gambe non avrebbero retto il peso del corpo e dell&#8217;anima. Così se ne stava seduto a fissare il suo riflesso nello specchio appeso all&#8217;armadio dove, sei mesi prima, aveva riposto i suoi abiti civili. Smessi quelli, dal giorno del ricovero, Paolo era diventato un membro dell&#8217;ospedale e, per la prima volta in vita sua, sentiva di essere nel posto giusto. Aveva conosciuto Claudia, un&#8217;infermiera fresca di studi che a malapena riusciva a trovare la vena per il prelievo del sangue, ma nonostante tutto quel dolore inutile, Paolo non riusciva a essere in collera con lei. Non che fosse particolarmente avvenente, anzi, i primi tempi le sue mani scheletriche gli provocarono non poco disgusto, ma ora che stava per essere dimesso non riusciva a immaginare una vita senza quelle mani e senza quella costellazione di fori sulle braccia. In ospedale era organizzata ogni [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Racconto breve di Giulia Costi</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.raccontopostmoderno.com/wp-content/uploads/2013/06/panta-rei-costi.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4558" alt="panta-rei-costi" src="http://www.raccontopostmoderno.com/wp-content/uploads/2013/06/panta-rei-costi.jpg" width="600" height="149" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">“È sempre un piacere dare belle notizie!” pensò tra sé il medico uscendo dalla stanza in un fruscio di cartelle e radiografie. Paolo, attonito, sedeva sul lettino. La notizia della guarigione lo aveva colpito alla bocca dello stomaco mozzandogli il fiato. Non si arrischiava ad alzarsi perché aveva la netta impressione che le gambe non avrebbero retto il peso del corpo e dell&#8217;anima. Così se ne stava seduto a fissare il suo riflesso nello specchio appeso all&#8217;armadio dove, sei mesi prima, aveva riposto i suoi abiti civili. Smessi quelli, dal giorno del ricovero, Paolo era diventato un membro dell&#8217;ospedale e, per la prima volta in vita sua, sentiva di essere nel posto giusto.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva conosciuto Claudia, un&#8217;infermiera fresca di studi che a malapena riusciva a trovare la vena per il prelievo del sangue, ma nonostante tutto quel dolore inutile, Paolo non riusciva a essere in collera con lei. Non che fosse particolarmente avvenente, anzi, i primi tempi le sue mani scheletriche gli provocarono non poco disgusto, ma ora che stava per essere dimesso non riusciva a immaginare una vita senza quelle mani e senza quella costellazione di fori sulle braccia. In ospedale era organizzata ogni sera un&#8217;attività diversa. Il mercoledì era dedicato al poker, con salatini al posto delle fish e succo d&#8217;arancia al posto del whisky. Era solo lunedì. Il re &#8211; così veniva chiamato per le sue abilità nel gioco &#8211; non avrebbe nemmeno potuto salutare i suoi amici con un&#8217;ultima partita. Da quel momento in poi con chi avrebbe giocato a poker il mercoledì sera? E che fine avrebbe fatto il venerdì delle commedie americane? E il gruppo di lettura della Bibbia la domenica? La sua isola felice nel reparto oncologico dell&#8217;ospedale si stava inabissando. Cosa avrebbe dovuto fare? Tornare al suo lavoro alle poste, trovare un altro appartamento in affitto, sostituire il povero Macchia, morto di fame, con un altro gatto pulcioso? No, non sarebbe tornato alla vita di sempre. Strinse i pugni per infondersi un po&#8217; di sicurezza e iniziò a urlare.</p>
<p style="text-align: justify;">Tiziana, l&#8217;infermiera di turno, spalancò la porta e corse verso il letto. Appena si fu avvicinata a sufficienza, Paolo la colpì con un pugno dritto sul naso. Si sentì un rumore sordo e uno schizzo di sangue imbrattò le lenzuola asettiche appena lavate. Tiziana cadde in ginocchio tenendosi il naso e i suoi mugolii attirarono un&#8217;altra infermiera. Ben presto la stanza si riempì di camici bianchi e stetoscopi. Paolo continuava a urlare che non potevano dimetterlo, che doveva ancora giocare la sua partita d&#8217;addio a poker e che a casa non poteva guardare le commedie americane perché non aveva la televisione. Quando arrivò il dottor Cadini, Paolo notò la sorpresa sul suo volto. Lo vide avvicinarsi all&#8217;infermiera più anziana e sussurrarle qualcosa nell&#8217;orecchio. Vide l&#8217;infermiera estrarre una siringa. Vide la siringa riempirsi di un liquido trasparente. Vide la siringa penetrargli la pelle mentre quattro infermiere tentavano di immobilizzarlo. Poi non vide più nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si svegliò si trovava ancora in ospedale, ma non nel suo letto. Gli girava la testa e riuscì a stento a soffocare un conato di vomito. Dall&#8217;altra parte della stanza, in un angolo, un uomo di mezz&#8217;età stava rannicchiato in posizione fetale ai piedi del letto. Mormorava qualcosa, ma nonostante l&#8217;assoluto silenzio, Paolo non riuscì a capire cosa dicesse. Decise di alzarsi per esplorare meglio la stanza, cercando di capire dove si trovasse, ma le mani non si muovevano. E nemmeno le gambe! Notò dei cinturini di cuoio che lo tenevano legato all&#8217;impalcatura del letto. Il suo solito sangue freddo gli ribollì nelle vene e iniziò a strattonare. La porta si aprì e entro il dottor Cadini:</p>
<p style="text-align: justify;">«Buongiorno Paolo. Come si sente?» disse appoggiando le mani alla sponda del letto.</p>
<p style="text-align: justify;">«Perché diavolo sono legato al letto? Siete tutti impazziti!» urlò.</p>
<p style="text-align: justify;">«Siamo stati costretti. Ha aggredito un&#8217;infermiera e sragionava, non se lo ricorda?» chiese il dottore.</p>
<p style="text-align: justify;">«Certo che me lo ricordo» rispose, un po&#8217; più calmo.</p>
<p style="text-align: justify;">«Dobbiamo tenerla in ospedale ancora qualche giorno per farle degli esami. Domani incontrerà uno psichiatra» disse il dottore, poi aggiunse «Sente dolore da qualche parte?».</p>
<p style="text-align: justify;">«No».</p>
<p style="text-align: justify;">«Molto bene. Confido che verrà dimesso molto presto. È probabile che il suo scatto d&#8217;ira fosse dovuto allo stress di sei mesi di chemio». Il dottore sorrise e si voltò per andarsene.</p>
<p style="text-align: justify;">«Vedo delle cose»</p>
<p style="text-align: justify;">Il dottore si riavvicinò al letto «Intende dire che ha delle allucinazioni?»</p>
<p style="text-align: justify;">«Credo di sì».</p>
<p style="text-align: justify;">«E che genere di cose vede?»</p>
<p style="text-align: justify;">«Vedo un uomo&#8230; incappucciato, che mi ordina di fare delle cose. Ha una pistola e se non gli ubbidisco lui&#8230;», il resto della frase gli rimase impigliata in gola.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dottore rimase in silenzio per qualche secondo, poi, con voce grave, disse «Contatto lo psichiatra. Chiedo se possiamo anticipare il colloquio».</p>
<p style="text-align: justify;">Paolo annuì.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dottore gli sorrise di nuovo, ma non era lo stesso sorriso di prima. Paolo ebbe come l&#8217;impressione che Cadini fosse dispiaciuto, quasi triste.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando il medico si richiuse la porta alle spalle Paolo scoppiò in una risata di pura gioia. Non avrebbe lasciato l&#8217;ospedale, anche a costo di raccontar fandonie per il resto della sua vita. D&#8217;altronde, come inizio non era poi stato male: un uomo incappucciato con una pistola che gli ordina di fare delle cose! Mesi più tardi, tra un sedativo e un antipsicotico, ancora si sarebbe stupito della prontezza e naturalezza con cui aveva iniziato a mentire. Non sarebbe tornato alla sua vita di sempre. Avrebbe continuato a vincere a poker il mercoledì, a guardare le commedie il venerdì e a leggere la Bibbia la domenica. Nulla sarebbe cambiato.</p>
<address style="text-align: justify;"><em>Giulia Costi</em></address>
<address style="text-align: justify;">costi@raccontopostmoderno.com</address>
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		<title>Il Gobbo e il Leone</title>
		<link>http://www.raccontopostmoderno.com/2013/06/gobbo-leone-racconto-breve/</link>
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		<pubDate>Tue, 04 Jun 2013 20:02:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raccontopostmoderno.com</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fabbrucci]]></category>
		<category><![CDATA[racconti brevi]]></category>

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		<description><![CDATA[Racconto breve di Giorgio Michelangelo Fabbrucci La vita è dura, ma non abbastanza da non lasciare spazio ai sogni. Una parte di me ha sempre desiderato essere come lui. Lo ammiravo di soppiatto, dalla mia finestra, scostando la tenda lisa. Gobbo, con il suo abito elegante, la calvizie incipiente e poche gocce di pioggia a imperlare quella sua ventiquattrore di pelle sdrucita. L&#8217;avvocato gobbo era in pace con il mondo. Con la sua semaforica immobilità, con i suoi gesti lenti da testuggine secolare, si manifestava a tutti per ciò che era: un cittadino modello. Per mia immensa fortuna, ho sempre potuto contare su una famiglia solida e compatta. Proprio loro furono i primi a consigliarmi di adeguarmi ai tempi. Ben conoscevano infatti il lato oscuro della mia natura, l&#8217;istinto aggressivo e primordiale che il fato pose sulle mie spalle… al solo accenno di ingiustizia, qualunque essa fosse, il mio cuore iniziava a tremare. Sentivo cavalloni di sangue otturarmi le vene del collo e delle tempie. La voce tremolante e insensata e poi l&#8217;urlo, il ruggito sconnesso, che brama un nemico e si stempera, deluso, con un insulto. In effetti la mia vita non poteva procedere sull&#8217;incoerente ideale di una convergenza [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><i>Racconto breve di Giorgio Michelangelo Fabbrucci</i></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.raccontopostmoderno.com/wp-content/uploads/2013/06/il-gobbo-e-il-leone.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4549" alt="il gobbo e il leone" src="http://www.raccontopostmoderno.com/wp-content/uploads/2013/06/il-gobbo-e-il-leone.jpg" width="700" height="177" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La vita è dura, ma non abbastanza da non lasciare spazio ai sogni.</p>
<p style="text-align: justify;">Una parte di me ha sempre desiderato essere come lui. Lo ammiravo di soppiatto, dalla mia finestra, scostando la tenda lisa. Gobbo, con il suo abito elegante, la calvizie incipiente e poche gocce di pioggia a imperlare quella sua ventiquattrore di pelle sdrucita.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;avvocato gobbo era in pace con il mondo. Con la sua semaforica immobilità, con i suoi gesti lenti da testuggine secolare, si manifestava a tutti per ciò che era: un cittadino modello.</p>
<p style="text-align: justify;">Per mia immensa fortuna, ho sempre potuto contare su una famiglia solida e compatta. Proprio loro furono i primi a consigliarmi di adeguarmi ai tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ben conoscevano infatti il lato oscuro della mia natura, l&#8217;istinto aggressivo e primordiale che il fato pose sulle mie spalle… al solo accenno di ingiustizia, qualunque essa fosse, il mio cuore iniziava a tremare. Sentivo cavalloni di sangue otturarmi le vene del collo e delle tempie. La voce tremolante e insensata e poi l&#8217;urlo, il ruggito sconnesso, che brama un nemico e si stempera, deluso, con un insulto.</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti la mia vita non poteva procedere sull&#8217;incoerente ideale di una convergenza parallela: il gobbo e il leone. Dovevo trovare pace.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante una cena mi fu detto: adeguati Valentino, non puoi arrabbiarti per tutto, e poi che cosa hai da nascondere? Se non hai nulla da nascondere, che problema c&#8217;è?</p>
<p style="text-align: justify;">Fu così che il gobbo uccise il leone.</p>
<p style="text-align: justify;">Suonarono al mio campanello. Un trillo lieve, appena accennato. Chiesi chi fosse e con sorpresa, mi fu risposto: &#8220;l&#8217;avvocato&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla porta si mostrò nel suo sorriso morbido, l&#8217;alito cattivo del caffè, malcelato da una mentina, ed una borsa di pelle traboccante di burocratica laboriosità.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;I suoi genitori mi hanno informato anticipatamente della sua scelta&#8221;, esordì. &#8220;Sono qui per una consulenza propedeutica all&#8217;operazione e per confermarle, se il mio parere può avere un qualche forma di valore, che sta prendendo la scelta giusta&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorrise ancora e gli proposi un the, che accettò di buon grado. Parlammo a lungo. In alcuni tratti di quella conversazione, così mesta e nobile al contempo, ebbi la precisa sensazione che la felicità potesse ben albergare tra alcune tazzine di porcellana, una cravatta e pochi capelli bagnati appesi per la nuca, alla fronte.</p>
<p style="text-align: justify;">Nondimeno mi informai su ciò che più mi opprimeva. Quindi chiesi: &#8220;Avvocato, ma non la disturba tutto questo controllo?&#8221;. Con un sospiro e due sopracciglia a ponte levatoio, di rimando mi rispose: &#8220;ma se non ha nulla da nascondere… che problema c&#8217;è?&#8221;.  Sorrisi anch&#8217;io.</p>
<p style="text-align: justify;">Il leone si accasciò su di un fianco ed iniziò ad annaspare, tossendo rauco. Tra stormi di insetti le zampe graffiavano la sabbia. Neppure un ruggito. Lo sguardo al sole, che caldo, cuoceva la criniera, si spense.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La facciamo una bella firmetta?&#8221;… e firmai.</p>
<p style="text-align: center;">§§§</p>
<p style="text-align: justify;">- Dottore… a che livello lo moduliamo?</p>
<p style="text-align: justify;">- Lo moduli pure a livello omicron. E&#8217; il minimo sindacale per un laureato. Dovrebbe  essere sufficiente.</p>
<p style="text-align: justify;">- Per gli scatti?</p>
<p style="text-align: justify;">- Li intensifichi in rotazione laterale sui trapezi e sugli sterno-cleido-mastoidei. Sullo splenio e il semispinale lasci semplicemente la scossa.</p>
<p style="text-align: justify;">- Per le pupille?</p>
<p style="text-align: justify;">- Google pupils come sempre.</p>
<p style="text-align: center;">§§§</p>
<p style="text-align: justify;">Uscì dalla gelatinosa membrana della mia coscienza. Un diaframma di una dolcezza al confine con la nausea. Percepivo gli spazi: la stanza, la casa, la città. Umidi vuoti pieni di senso. La mia rinnovata predisposizione ad una profonda sensibilità civile, mi fece commuovere. Dalla finestra non vedevo più una semplice via, piuttosto un curato sentiero d&#8217;asfalto, mantello di tubature, cavi e scoli, mantenuti per il pubblico bene. Con un superiore stato di percezione, in cui l&#8217;entusiasmo esplose in un mesto sorriso, mi accinsi ad uscire.</p>
<p style="text-align: justify;">Le strade sgombre, bagnate da un&#8217;infinita e gocciolante umidità celeste, tenevano i contribuenti chiusi in casa. Ne approfittai per una lunga camminata nel ventre della città, per riscoprirla, accostarmi ad essa cosciente della nuova predisposizione del mio animo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi ritrovai a sorridere davanti ad un cestino, a salutare i netturbini della raccolta differenziata i quali, alzando il guanto lercio in segno di amicizia, rispondevano con semplicità. Camminando, tenevo lo sguardo basso, inseguendo le esaltanti sfumature del porfido, perfettamente posato a terra, dai saggi artigiani vincitori dell&#8217;appalto pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi alzai lo sguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Manichini. Un fisico perfetto, coperto da pochi ed eleganti capi di lingerie. Pizzi, sulle plastiche membra color luna. Lo sguardo olimpico, senza pupille. &#8220;Quando avrò una donna&#8221;, pensai, &#8220;sarebbe bello regalarle uno di questi completi&#8221;. Spostai la mia attenzione alle targhette dei prezzi. Non feci in tempo a focalizzare due cifre che subito il mio collo si bloccò, come se una lunga mano lo avesse ghermito, stringendolo tra le dita. La mano invisibile premeva, comprimeva i muscoli. Anche le spalle si irrigidirono. Contro la mia volontà, la mia testa si voltò pochi secondi dopo, come bloccata da un colpo di strega. Cercai a quel punto di stare calmo e respirare piano. Ci misi qualche minuto. Tranquillo, ma non ancora rassegnato alla situazione, decisi di ruotare lentamente con il corpo. Iniziai a compiere piccoli passi in cerchio, in modo che il mio volto, in linea con la spalla, si ritrovasse nuovamente di fronte alla vetrina.</p>
<p style="text-align: justify;">- Papà… perché il signore cammina in tondo?</p>
<p style="text-align: justify;">- Starà cercando di guardare la vetrina tesoro, anche se non se lo può permettere.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima che la frase, la risposta del padre al figlio, giungesse alle mie orecchie, tentai ancora una volta di guardare, in quella posizione ridicola, la targhetta dei prezzi. Le miei pupille, giunte alla meta, per la seconda volta non riuscirono però a mettere a fuoco il costo. Mille fiocchi colorati, come bolle di sapone incandescenti, sfrecciarono davanti ai miei occhi, impedendomi di guardare. Pochi attimi e le bolle esplosero. I pixel, di cui probabilmente erano composte, si riordinarono: la realtà iniziò ad aumentare. La vetrina, saturandosi di bianco, divenne una cartina geografica tridimensionale, nella quale potevo infilare il braccio e muovermi al di là del corpo. In un nano secondo avevo attraversato tutta la città. La vedevo in bianco e nero; un bianco e nero gradevole, come patinato, in alta definizione. Qua e là alcune zone di colore.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa fossero… non riuscì a spiegarmelo.</p>
<p style="text-align: center;">§§§</p>
<p style="text-align: justify;">- Dottore…</p>
<p style="text-align: justify;">- Cosa c&#8217;é ancora?!</p>
<p style="text-align: justify;">- Mi domandavo se il programma di cittadinanza responsabile potesse in qualche modo avere degli effetti collaterali… insomma, agisce direttamente sulla rete neuronale.</p>
<p style="text-align: justify;">- Ma lei cosa legge? Cosa beve? Cosa mangia? Fuma per caso? Fumare sì che nuoce gravemente alla salute!</p>
<p style="text-align: center;">§§§</p>
<p style="text-align: justify;">Suonarono al mio campanello. Un trillo lieve, appena accennato. Chiesi chi fosse e con sorpresa, mi fu risposto: &#8220;l&#8217;avvocato&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Aprì la porta. Me lo trovai già all&#8217;uscio. Nei capelli era rimasto il segno del pettine. Un goccio di profumo abbastanza costoso, ma di cui non riesco a pronunciare la marca. Una borsa piena di buffe carte scribacchiate. Un alito di menta piperita.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Buongiorno!&#8221;, lo accolsi trillante.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Buongiorno a lei!&#8221;, fece di rimando.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sedemmo al tavolo della cucina e prendemmo un the, in tazze di porcellana inglese dipinte con fiori di stagione.</p>
<p style="text-align: justify;">- Come si sente? Sono venuto semplicemente a chiederle questo.</p>
<p style="text-align: justify;">- Direi bene, la ringrazio. Non c&#8217;era bisogno di disturbarsi tanto.</p>
<p style="text-align: justify;">- Si figuri. Sa com&#8217;è, mi è stato detto che l&#8217;altra sera, davanti alla vetrina di &#8220;La Perla&#8221; è rimasto imbambolato dalle diciassette e cinquantanove alle diciotto e diciotto.</p>
<p style="text-align: justify;">- In effetti è vero, l&#8217;avrei&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">- Non si preoccupi ora sono qua, mi dica.</p>
<p style="text-align: justify;">- Era come se&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">- Il collo ha avuto uno scatto improvviso, facendola voltare. Una volta rientrato in contatto visivo con la vetrina, la sua capacità ottica è stata momentaneamente interrotta per poi riattivarsi in connessione con la rete civica comunale, la quale le ha inviato una mappa virtuale in realtà aumentata.</p>
<p style="text-align: justify;">- Esattamente. Allora è tutto normale. Voglio dire, fa parte della normale procedura. Un semplice shock post operatorio. Mi sembrava troppo strano!</p>
<p style="text-align: justify;">- In realtà, caro il mio Valentino, non si tratta di un errore, o di uno shock, come lo ha appena definito. Piuttosto, quello che lei ha vissuto, è un incentivo.</p>
<p style="text-align: justify;">I luoghi colorati che ha visualizzato nella mappa sono le attività commerciali, i locali, i negozi e i musei a lei adatti secondo la sua ultima dichiarazione dei redditi.</p>
<p style="text-align: justify;">- In che senso, scusi?</p>
<p style="text-align: justify;">- Quello che le ho appena detto. Lei è un livello tre. Quindi, ad esempio, se vuole comprare dell&#8217;intimo per la sua fidanzata, non è verosimile che lei si rivolga a La Parla, per i suoi acquisti. Vada piuttosto da Intimissimi, ad esempio. Le faccio un altro esempio. Se deve uscire fuori a cena, segua le indicazioni della mappa. Non perda tempo nel cercare ristoranti dal nome altisonante, dalla cucina ricercata e sperimentale. Vuole bere del prosecco? Vada al bar della stazione. Non li faccia preoccupare inutilmente!</p>
<p style="text-align: justify;">- Ma io in verità non volevo acquistare… volevo solo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">- Sì, comprendo perfettamente. Ma perché mai con un reddito come il suo lei dovrebbe aspirare a sprecare quel poco denaro che guadagna in beni superflui?Le indagini di settore parlano chiaro. Ci pensi bene: cosa se ne fa di quelle cose?Lo sente, sono solo &#8220;cose&#8221;. Se ne liberi! Mi dia retta. Io me ne sono liberato tanto tempo fa, e guardi come sto bene.</p>
<p style="text-align: justify;">- Ma con le donne come faccio?</p>
<p style="text-align: justify;">- Corteggi dal livello tre in giù. Lo vuole un consiglio da uomo a uomo?</p>
<p style="text-align: justify;">- Sì, certamente.</p>
<p style="text-align: justify;">- Eviti come la peste tutte quelle femminucce che indossano articoli originali. Ha presente borsette, occhiali Gucci, braccialetti pomellato, e compagnia cantando?</p>
<p style="text-align: justify;">- Sì, ho presente.</p>
<p style="text-align: justify;">- Ecco eviti. Approfitti delle cineserie. L&#8217;amore della sua vita, in questo momento, sta comprando dell&#8217;intimo sintetico in un bazar.</p>
<p style="text-align: center;">§§§</p>
<p style="text-align: justify;">- Dottore?</p>
<p style="text-align: justify;">- Cosa diavolo vuole ancora!</p>
<p style="text-align: justify;">- Mi domandavo: ma con il giuramento di Ippocrate, con la Costituzione e tutti gli altri assunti fondamentali della nostra…</p>
<p style="text-align: justify;">- Lei è giovane! Impari a domandarsi solo una cosa: ho qualcosa da nascondere? Mi risponda! Ha qualcosa da nascondere?</p>
<p style="text-align: justify;">- No.</p>
<p style="text-align: justify;">- E allora che problema c&#8217;é?</p>
<address style="text-align: justify;">Giorgio Michelangelo Fabbrucci</address>
<address style="text-align: justify;">fabbrucci@raccontopostmoderno.com</address>
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		<title>Anno del barattolo di mais per adulti Ferlinghetti</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jun 2013 19:42:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raccontopostmoderno.com</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dollace]]></category>
		<category><![CDATA[racconti brevi]]></category>

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		<description><![CDATA[Racconto breve di William Dollace Al Lenny Market tutto è come te lo aspetti. Ti accoglie il reparto frutta e verdura dove non devi sbatterti a pesare alcunché perché verrà pesato alla cassa. Ti basta infornare le cose nei sacchetti di plastica separate per varietà. Al Lenny Market stamattina ho visto le fragole, e con una sapiente mossa di marketing a fianco alle fragole era stata messa proprio la panna, quella che compri per le fragole mentre poi ti ritrovi a sparartela in bocca di nascosto che è una goduria. Al Lenny Market dopo la frutta e la verdura vengono le paste fatte in fabbrica dove c&#8217;è scritto pasta fatta in opera, i formaggi, le mozzarelle comprese Bufala e trecce di ogni tipo, i salumi. Al Lenny Market puoi ascoltare la radio e gli annunci personalizzati. C&#8217;è sempre qualcosa in offerta, sempre qualcosa da scoprire. Al Lenny Market, perdonatemi la confusione solo mia perché in realtà là dentro, davvero, tutto va come e dove deve andare, si prosegue con il pane, le pizzette, i taralli, i crakers (di tutti i tipi e varietà), latte, zucchero, farina e vasetti di ortaggi e specialità. Mi permetto di segnalarvi i carciofi rustici, scatenano [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Racconto breve di William Dollace</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.raccontopostmoderno.com/wp-content/uploads/2013/06/lennymarket.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-4543" alt="lennymarket" src="http://www.raccontopostmoderno.com/wp-content/uploads/2013/06/lennymarket-1024x261.jpg" width="1024" height="261" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Al Lenny Market tutto è come te lo aspetti. Ti accoglie il reparto frutta e verdura dove non devi sbatterti a pesare alcunché perché verrà pesato alla cassa. Ti basta infornare le cose nei sacchetti di plastica separate per varietà. Al Lenny Market stamattina ho visto le fragole, e con una sapiente mossa di marketing a fianco alle fragole era stata messa proprio la panna, quella che compri per le fragole mentre poi ti ritrovi a sparartela in bocca di nascosto che è una goduria. Al Lenny Market dopo la frutta e la verdura vengono le paste fatte in fabbrica dove c&#8217;è scritto pasta fatta in opera, i formaggi, le mozzarelle comprese Bufala e trecce di ogni tipo, i salumi. Al Lenny Market puoi ascoltare la radio e gli annunci personalizzati. C&#8217;è sempre qualcosa in offerta, sempre qualcosa da scoprire. Al Lenny Market, perdonatemi la confusione solo mia perché in realtà là dentro, davvero, tutto va come e dove deve andare, si prosegue con il pane, le pizzette, i taralli, i crakers (di tutti i tipi e varietà), latte, zucchero, farina e vasetti di ortaggi e specialità. Mi permetto di segnalarvi i carciofi rustici, scatenano dipendenze laddove non pensavate di soccombere. Al Lenny Market poi c&#8217;è l&#8217;acqua, a me piace portare la Sant&#8217;Anna, ma per esempio alla mia compagna davanti piace la Guizza e la Neve, rigorosamente al naturale. Quando ero nella mia vecchia fabbrica non c&#8217;era l&#8217;acqua naturale. E questa è sempre stata una cosa che mi ha fatto incazzare. Anche perché si strafogavano di Lugana e lasciavano a me nei rari spostamenti acqua che non mi piace portare. Ma ri-eccomi. Al Lenny Market ogni posizione, ogni varietà, è immutabile, ma in evoluzione, ci sono ogni giorno, ogni anno, e mi sento veramente confortato, è come la serenità di una confessione, ma colorata, perdonabile, e senza preghiere da recitare. Vedo dal parcheggio le vecchie andare a Messa la domenica mattina, io sto al Lenny Market, magari mi va di raccogliere altri rotoloni di scottex, magari mi faccio un giretto e noto un nuovo carpaccio di manzo che solo a vederlo promette una redenzione di freschezza. Al Lenny Market la sabbietta per i mici è economica e magica. La cacca fa le palline e il tutto viaggia che è un piacere. Al Lenny Market puoi fare la tessera, e fanno sconti, ma subito eh, senza pippe e lotterie. Il mio reparto preferito sono i liquidi, prima analcolici, il succo di frutta per la colazione, l&#8217;unico multivitaminico che piace, e poi gli alcolici. Ci sono due vini bianchi ottimi, li riconoscerete dal prezzo, e poi un vino bianco sudafricano che sa il fatto suo. C&#8217;è anche un vino rosso che mi dicono di aver visto al cinema lo scorso weekend nel film di Paolo Sorrentino e che subito ho fatto notare sbandando alla ragazza che spingeva. Poi magicamente, scusate il divagare, senza dogana né frontiera si arriva ai superalcolici, grappa, Aperol, etc., e un rum fantastico che dispiega piccoli mondi sudamericani fra le topaie di pensieri che vi attraversano seduti sul divano. Solo alla fine affronterete il reparto surgelati, in modo da non scongelare i vostri acquisti fino al vostro ritorno a casa quando soddisfatti riempirete il congelatore di mezzancolle che troverete vicino ai Surimi, filetti di platessa, funghi, scatoline verdi di cipolla tritata misto per soffritto e prezzemolo, i gelati 12x, le cotolette di merluzzo. Al Lenny Market le luci al neon non vi fanno sentire alieni sbarcati in una astronave ovattata, al Lenny Market si sorride e ci si sposta volentieri quando la ragazza con la maglietta marcata vi fa notare con il solo sguardo che siete in mezzo alla corsia e lei sta lavando i pavimenti. Al Lenny Market se mi vuoi ti servono due euro di moneta, e se vai alle casse per farti cambiare una banconota sono gentili e ti accontentano sorridendo. Al Lenny Market ci si aiuta, si fa poca coda perché le cassiere sono veloci e se siete soli e avete tante borse e non avete me potete anche fare un paio di giri alla macchina, giusto per non staccarvi le braccia dal corpo, lasciando tutto quel ben di dio, sparso sull&#8217;asfalto. Il Lenny Market è una garanzia, parola di carrello della spesa.</span></span></p>
<address style="text-align: justify;"><em><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">William Dollace</span></span></em></address>
<address style="text-align: justify;"><em>dollace@raccontopostmoderno.com</em></address>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Trebuchet MS', sans-serif;"> </span></p>
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