Recensione per lo Speciale Premio Strega di Marco La Terra

“Qualcosa di scritto” di Emanuele Trevi, Ed. Ponte alle Grazie, è uno dei cinque finalisti del famoso (e talvolta famigerato) “Premio Strega”: ignorando i testi degli altri candidati esclusi non posso esprimere una valutazione completa e oggettiva anche se, per quanto letto, sento di poter affermare che l’argomento trattato, lo stile utilizzato, l’originalità emersa e, nell’insieme, il valore letterario dell’opera non siano tali da condurre un testo del genere alla finale di un premio prestigioso quale lo Strega dovrebbe essere.
Con questo non voglio dire che siamo di fronte a un romanzo brutto, scritto male o che non si fa leggere ma, più semplicemente, non ho avuto l’impressione di un’opera meritevole di una candidatura del genere.
È pur vero che questa manifestazione ci ha abituati ad esiti piuttosto schizoidi se si considera che, nel corso degli anni, il riconoscimento è stato assegnato a capolavori immortali quali “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa (1959) e “Il nome della rosa” di Umberto Eco (1981), ma anche ad esempi di modestia letteraria come “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano (2008) e “Come Dio comanda” di Niccolò Ammaniti (2007): questi ultimi, a parere di chi scrive, semplici romanzi “da spiaggia”, per questo molto commerciali e, di conseguenza, accolti con favore dal lettore medio(cre).
Perciò in questo quadro complessivo, dominato da una chiara parabola discendente per quel che concerne la qualità letteraria dei lavori proposti, la presenza di “Qualcosa di scritto” non risulta scandalosa, sembrando più che altro destinata a ingrossare le fila di quei romanzi che, a vario titolo, finiscono nel dimenticatoio senza particolari rimpianti.
Per quel che riguarda la trama, il testo descrive l’esperienza diretta dell’Autore, risalente al 1994, all’interno dell’archivio ‘Pier Paolo Pasolini’, dove domina una bisbetica e insopportabile Laura Betti, amica intima di Pasolini, poi scomparsa nel 2004. L’Autore racconta in chiave personale ed intimistica (forse questi gli unici spunti degni di nota) il suo rapporto con la Betti e, di riflesso, nel lento fluire della narrazione tornano a vivere Pasolini, dipinto come una sorta di presenza carismatica all’interno dei locali dell’archivio, e il suo romanzo incompiuto, Petrolio, pubblicato solo nel 1992 e reinterpretato dall’Autore in chiave personale.
La trama, dunque, presenta una certa particolarità, nel senso che potrà appassionare i fan di P.P.P. ma, con riguardo a quanti non amano definirsi ammiratori dell’artista romano, potrebbe logicamente risultare insipida e piatta.
Con riguardo alle vicende narrate, lo stile utilizzato è di stampo giornalistico, quindi neutro ed oggettivo: diversamente, laddove l’Autore risulta coinvolto in prima persona nelle vicende descritte, viene utilizzato un linguaggio più vivo e partecipativo.
Il risultato complessivo è quello di una lettura sufficientemente gradevole, lungi però dall’essere avvincente e “di impatto” (del resto, la trama si presta assai poco a questi scopi).
Come dicevo all’inizio, il romanzo “si fa leggere” e sul piano commerciale la presentazione del prodotto non disdegna un certo appeal per quanto, a mio avviso, risulti nel complesso troppo dipendente dalla peculiarità dei fatti narrati che, con tutta franchezza, alla lunga potrebbero annoiare il lettore.
Visto l’andazzo generale di questa manifestazione, caratterizzata da crolli piuttosto rimarchevoli, specie negli anni più recenti, non griderò allo scandalo se alla fine “Qualcosa di scritto” dovesse risultare vincitore anche perché, ben più del sottoscritto, il principe di Lampedusa avrebbe davvero il diritto di lamentarsi.

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Marco La Terra
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