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Mi piace pensare che, in un momento imprecisato, fra il 1992 e il 1997, qualcuno leggerà questa memoria e imporrà al mondo le sue inevitabili conclusioni. E ho tutte le ragioni di credere che proprio così sarà. Vi renderete conto come la sala di lettura dove venne proiettato dal Diavolo era in tutto e per tutto simile a quella che sarà nel pomeriggio del 3 giugno del 1997. E vi renderete anche conto che quel pomeriggio, quando verrà, vedrà la stessa gente, e ci sarà anche Soames, puntualissimo, e tanto lui quanto gli altri faranno precisamente quello che hanno già fatto. Richiamatevi ora alla memoria quanto mi ha riferito Soames della impressione da lui suscitata. Forse direte che la diversità dell’abbigliamento era di per se stessa sufficiente a metterlo in vista in mezzo a quella folla in divisa. Ma, se solo lo aveste visto, non direste certo una cosa del genere. Vi assicuro, che in qualsiasi epoca, Soames non poteva apparire altro che scialbo, anonimo. Il fatto che la gente lo guarderà ad occhi sbarrati e seguirà con attenzione ogni suo movimento, si può spiegare soltanto con l’ipotesi che saranno stati in qualche modo preparati a quella visita fantasmagorica. Si saranno trovati là in ansiosa attesa per controllare di persona se sarebbe venuto o no. E, quando comparirà, l’effetto sarà, naturalmente… pauroso.

Uno spettro autentico, granitico, irrefutabile, ma… ahimè, soltanto uno spettro. Questo e questo soltanto. Nel corso della sua prima visita, Soames era una creatura in carne e ossa, mentre le creature fra le quali sia stato proiettato erano spettri; spettri solidi, palpabili, parlanti, Io ammetto, ma inconsci e automatici, in un edificio che era di per se stesso un’illusione. La prossima volta, quell’edificio e quelle creature saranno reali. È di Soames che ci sarà soltanto la parvenza. Vorrei proprio poterlo pensare destinato a rivisitare il mondo realmente, fisicamente, consciamente. Vorrei che avesse quest’unica, breve tregua, questo trascurabile dono cui pensare con desiderio per il futuro. Non lo dimentico mai a lungo. È dov’è, e per sempre. I più rigidi moralisti che esistono fra noi potranno sostenere che se la può prendere con se stesso e soltanto con se stesso. Per ciò che mi riguarda, credo che sia stato molto bistrattato. La vanità deve essere punita, è vero ; e la vanità di Enoch Soames era, lo ammetto, superiore alla media, e andava trattata in maniera particolare. Ma la vendetta era inutile. Voi direte che è stato lui a pattuire il prezzo che sta pagando, ma io sostengo che è stato indotto a ciò con l’inganno. Bene informato di tutto e di tutti, il Diavolo deve aver saputo che il mio amico non avrebbe guadagnato niente con la sua visita nel futuro. Tutto si è ridotto a un trucco piuttosto meschino. Più ci penso e più il Diavolo mi appare detestabile.

Ho avuto occasione di intravederlo più volte, qua e là, dopo quel giorno al Vingtième. Ma una volta soltanto l’ho visto da vicino. Avvenne a Parigi. Un pomeriggio, stavo passando per la Rue d’Antin quando lo scorsi che mi veniva incontro, pacchianamente elegante, come sempre; faceva roteare una mazza d’ebano e si comportava come se il marciapiede fosse di sua esclusiva proprietà. Al pensiero di Enoch Soames e delle miriadi di altri esseri che soffrono in eterno sotto il dominio di quel bruto mi sentii Invadere da una terribile collera fredda e mi drizzai in tutta la mia statura. Ma… bene, si è così abituati a salutare con un cenno e a sorridere per la strada a chi si conosce che l’atto diventa qualcosa di automatico; per vietarselo occorre uno sforzo gigantesco e una gran presenza di spirito- Mentre incrociavo il Diavolo mi accorsi, a mio disdoro, che lo salutavo con un cenno e sorridevo. E la mia vergogna, credetemi, fu tanto più profonda e tanto più sentita perché egli mi fissò con un’aria quanto mai sprezzante. Essere ignorato… deliberatamente ignorato… da lui! Ero, e sono ancora furibondo che mi sia capitata una cosa del genere.

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Una novella di Henry Maximilian Beerbohm