Recensione di Carlotta Susca

Su internet si trova un appello per la traduzione di questo libro in italiano: pubblicato negli USA nel 1976 il testo ha visto la luce nella versione italiana solo nel 2011, per i tipi di Einaudi. Capisco l’appello perché pubblicato da un sito di matematica divulgativa, e capisco gli appelli in genere perché la parola su un testo deve essere lasciata al lettore. Il giudizio sul libro è però troppo stratificato per poter semplicemente gridare: ‘Era ora’.

Vi fornisco intanto le informazioni di prammatica: è un volume complesso, a tratti astruso, e da più parti giunge l’idea di un parallelo con Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio.

Ancora informazioni di prammatica: il protagonista, Billy, è un quattordicenne Nobel per la matematica in un tempo non meglio specificato ma forse leggermente spostato nel futuro rispetto al nostro. Viene chiamato a partecipare al progetto per la decrittazione di un codice giunto dallo spazio, da quella che si ritiene essere la stella di Ratner, poi un sistema di stelle gemelle, prima ancora un pianeta in orbita attorno alla stella di Ratner e poi forse un buco nero o un mohole (oggetto astrale identificato da un personaggio e legato alla teorizzazione della ‘relatività moholiana’). Il codice da decifrare è una sequenza di segnali e pause, del tipo uno-zero o acceso-spento.

Considerazioni a margine: tutti gli scienziati che Billy (sguardo estraniato, punto di vista ingenuo, movenze narrative oniriche) incontra nella prima parte del romanzo (nonché prima parte della struttura elicoidale che lo ospita) sono (oltre che vagamente folli, sopra le righe, fra l’inverosimile e l’iperreale) ossessionati da uno specifico campo di indagine e con la tendenza a battezzare con il proprio nome le scoperte frutto delle loro ricerche. Il solipsismo dell’intellettuale? L’autoreferenzialità dello studioso?

Doppiamente a margine: Mohole è il nome di un progetto di trivellazione della crosta terrestre (anni ’60): è anche il nome che Calvino avrebbe dato all’alter ego del caro vecchio signor Palomar (uno sguardo alle stelle, uno alle profondità terrestri, telescopio e microscopio, come da bravi postmoderni, e come da opposizione individuata da Citati nel suo La malattia dell’infinito: e gli infinitati1, per l’appunto, sono ossessionati parimenti dal grandissimo e dal piccolissimo, ché in entrambi i campi si può andare, per l’appunto, all’infinito – Zenone docet). E questo ci porta dritti alle

Considerazioni sulla seconda parte del romanzo,

i.e. quella che fa il paio con Attraverso lo specchio

DeLillo pare dimenticare la tensione che ha sorretto il lettore lungo la prima parte: decrittare il codice non è più la priorità. Adesso, in una narrazione ben più densa, ancora più onirica, destabilizzante, tutti sono chiamati a lavorare al Logicon, progetto che mira alla creazione di un linguaggio autoconcluso, autoreferenziale, in grado di veicolare se stesso e le istruzioni per la sua comprensione. E questo, senza scendere in ulteriori analisi (probabilmente si è già oltre la soglia di battute medie sopportate dall’internauta), mi è parso il nodo centrale della Stella di Ratner: forse DeLillo ha voluto fornire nella prima parte del testo le istruzioni, le coordinate, gli strumenti per sorreggere la lettura di un testo (quello della seconda parte) che potesse essere un mondo a sé, autoconcluso, funzionante come universo testuale autonomo. Oppure ho solo sovrainterpretato.

Carlotta Susca

1 Mi si passi il neologismo: è entrato nel mio quotidiano.

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