Recensione di Raffaella Foresti

Violenza pura, angoscia, terrore. Questo romanzo è una lunga scia di sangue. Pagine raccapriccianti di ferocia inaudita. Un orrore senza fine, senza perdono, senza speranza. Bambini appesi per la gola a rami spezzati.

Leggendo una dopo l’altra le pagine di questa storia western (molto atipica) sono molte le nubi nere che si affacciano all’orizzonte. Per sopportarle ci aggrappiamo ad una parola: disumanità. Consolante, certamente. Ma non è. Tutto ciò che per sollevarci chiamiamo “disumano” in realtà è nostro, ci appartiene. É parte di noi.

Meridiano di sangue racconta un mondo di frontiera esistente e sempre esistito, ben oltre i confini tra Messico e Stati Uniti del 1850. Perché questo è fondamentalmente un romanzo sul male assoluto, di cui l’umanità, consapevole o meno, partecipa. Un’umanità senza legge e senza ragione, che sconta il prezzo di essersi ribellata alla Natura per affermare se stessa, mentre il Meridiano di Sangue pare essere l’unico esito possibile di questa affermazione. Il sogno americano trasformato in un incubo, di cui possiamo solo aspettare (ed augurarci) la fine.

Il talento di Cormac McCarthy è unico e indiscusso. Una scrittura creatrice di immagini e suoni, una lirica divina. Ho letto che Saul Bellow di McCarthy disse: ha la capacità di dare la vita e la morte. Vedrete.

Vi sorprenderete incollati alle pagine di questo libro malgrado le immagini crude che vi si rappresenteranno innanzi agli occhi e i paesaggi cupi e desolati che invaderanno la vostra anima.

Perché McCarthy è un immenso scrittore, uno dei più grandi dell’epoca contemporanea, e per questo gli posso perdonare tutto. Anche di avermi preso per i capelli e trascinato nelle terre aride e insanguinate del Meridiano, attraverso un orrore puro e reale che ti entra nelle vene e ti colpisce nel profondo.

Epico. Immenso. Definitivo.

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Raffaella Foresti
foresti@raccontopostmoderno.com
 
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