Faccio colazione e vado in soffitta.
Bravo! Oh, finalmente ti riconosco nipote mio: deciso e sveglio. Fuori dalla porta trovi la cassetta degli attrezzi; ed anche la scopa, lo straccio e il bugliolo pieno d’acqua.
Che fortuna – sibila Davide a denti stretti.
Sale le scale. Una bandana da pirata gli cinge la fronte. Gli stivali di plastica, che sembrano puzzare di pesce, fanno sudare i piedi. Non importa. La soffitta emana fascino. Il suo buio solletica da sempre la fantasia di ognuno: gli angoli ombrosi; i cigolii molesti; le ragnatele che sono pizzi ed i libri ingialliti che profumano di muffa e conoscenza. Quale miglior occasione per ritorvare se stessi e forse scoprire qualcosa di prezioso: un oggetto abbandonato per sbadataggine, oppure lasciato a terra da chi non ha più potuto far ritorno.
La situazione è catastrofica. Aperta la porta dall’antica serratura, Davide non riesce a trovare uno spazio libero dove appoggiare un piede o fare un passo. Decide quindi di entrare, anticipato dalla scopa di saggina. Tossisce. La polvere si solleva: è così densa da incollare le pareti ai polmoni. Devo aprire quelle finestrelle – si dice, sicuro che sia l’unica azione logica. Ci prova. Strane carezze attorno ai piedi. Non ci pensa. Prosegue lento tra scatole che si svuotano e cavi che si annodano. Cerca di alzar le tendine: lamiera arruginita. Qualcosa gli vola addosso. Uno sbattere veloce ed impreciso. Urla. Inciampa. Cade, forse si taglia. Grandi passi indietro. Di nuovo alla porta.
Tutto bene lassù?
Si nonna. Tutto bene – risponde il ragazzo – Ci deve essere qualche animale là dentro!
E che scoperte! Da quando le soffitte non ospitano creature? Comunque se hai paura la pulisco domani mattina. Tu puoi andare dalla sarta, o a comprarmi la verdura se preferisci.
L’odore di ferro da stiro e di broccoli bolliti si fa strada nel suo pensiero, donandogli, assiema all’orgoglio, il coraggio di cui ha bisogno. Sciaquatosi un poco le mani ed il volto nel catino, Davide si rimette davanti alla porta, come un toro al drappo rosso. Entra prendendo a calci tutto ciò che lo intralcia. Piccole urla, o forse squittii, o ancora fischi d’animale notturno, rimbombano in quei pochi metri puzzolenti. Il battito accellera. La voglia di vincere questa piccola paura è più forte di tutto. La cordicella è ora nella sua mano; la tira; la strappa. Le piccole stecche di lamiera si arrotolano veloci, tagliandolo in volto e poi cadono nel marciume, ai piedi dell’infisso inclinato. Ora un cono di luce illumina la stanza di legni e assi metallo. Luce anche sulla sua mano, che sfregato il volto, è chiazzata di sangue. Mi sono tagliato cavoli – dice tra se – maledetta la soffitta e il giorno che ho deciso di venire qui!
Come di neve è il suono lasciato dalla scia. La cera viene tagliata nella traiettoria veloce, da linee nere e liquorose, che si ricompongono deste, in disegni rupestri. Il Gommizia avanza come se questo luogo fosse eterna discesa; un facile lasciarsi andare, verso comodi desideri. Laddove ci sono balconi, è un bouquet di pupazzi di lana, peluches di chiodi e jazzisti senza volto che salutano festanti: c’é chi grida, c’é chi ride, chi urla e ancor chi suona. La velocità è cosi ardita che solo si percepisce un incipit, un inizio di frase che muore, per abbracciarne un’altra. Il cilindro dell’Intricante, vien tenuto al suo posto da un ferma porte, alato e di pongo, posatosi su quella cima di cappellaio per cortesia e solidarietà.
Quanto manca Lord Intricato… mi scusi, Intricante? Si va così di fretta che quasi non vedo nulla!
Hai ragione Piccola! E’ la velocità di un pensiero, non é vero? Comunque non preoccuparti! Tra poco saremo in cima!
Ah davvero? Ma se siamo in discesa da quando siamo partiti…
Lo dici tuuuuu!
E sulla lunga vocale di questa esclamazione, la strada si trasforma in un intrepido trampolino. Il Gommizia vola, o forse segue la traittoria alata d’un iperbole perfetta. Il vento è caldo, quasi dolce, che vien voglia di aprire la bocca: zucchero filato alle giostre. Proprio da lassù, in un salto che è miracolo, Piccola Creatura può guardare parte di quel mondo arcobaleno. Ville Antiche, bianche come cave di calcare, si adagiano sulle coste lungo il mare burrascoso. Poco più su la vegetazione si fa fitta, di colori viola e verdi: Amazzonia fluorescente. Sente le grida delle scimmie dalmata e scorge coguari: giochi di preda con gomma variopinta. Ancora più in là, come trionfo sulla natura, un torrione di marmo bianco. Archi a volta, dai colonnati gloriosi, che ruotano a capogiro fino a toccar le stelle. Tutto intorno guerrieri alati in stormi, fieri nelle loro armature d’oro, cantano in schiere e coorti, melodie di vittoria.
Da qui è bellissimo! – esclama Piccola – si vede tutto!
Non si vede ancora nulla piccola mia… siamo quasi giunti al Panorazzo. Da lì forse capirai il fascino dell’incoerenza. Desideri una sigaretta menta e cioccolato?
No, grazie Lord… però se avessi delle braccia ti stringerei forte, per dirti che ti ringrazio e che sono felice.
Anna guarda Marco, suo marito. Le lacrime hanno scavato a fondo le cuciture degli occhi. Le borse, come tutti le chiamano, sono pesanti come cartoni i migranti. Giulia è lì distesa, coperta da cotone bianco e verde: misero velo per cavi lunghi, che ne collegano il corpo alle mille verifiche elettroniche. Di vita ce n’è ancora: ogni beep lo grida al mondo. La stanza è piccola, caverna affrescata d’ospedale; dolori umili, organizzati per durare a lungo. Ogni tanto una lacrima sul viso, oppure un sospiro. Passi a cerchio, per ammazzare il tempo che lento, si nasconde nelle suole. Fuori i pini marittimi. Soffiano le bacche i loro profumi. Una carezza di mediterraneo nella disperazione. Laggiù il mare, che eterno raccoglie le preghiere di ogni vivente, nelle sue maniche sciabordio. Entra il dottore: oracolo e postino al contempo. Da qualche giorno il suo arrivo si è trafigurato in cerimonia. Prima la porta che piano si accosta alla parete; poi il camice che anticipa il volto greve, gli occhiali in equilibrio sulle narici, la penna che martella sui fogli; un cenno del capo, segnale di saluto, e poi il lento parlare: rendiconto di situazioni che immobili fanno temere un cambiamento infausto, oppure un’inaspettata sorpresa.
Qualche novità Dottore? – chiede Anna aggrappata alla speranza.
Nessuna Signori. Le condizioni di vostra figlia sono stabili.
Ma oggi l’ho vista sorridere! – interviene Marco, che segue come la mappa il navigatore, il volto della figlia.
Signori. Forse sono riflessi incondizionati, o forse sta migliorando. Di certo le condizioni fisiche di vostra figlia sono ottime. Questo è già un buon segnale di equilibrio; un punto di partenza per poter proseguire più serenamente le analisi.
Ma si risveglierà Dottore? C’é qualche possibilità?
Le possibilità ci sono Signori. Quante siano, però, al momento, non mi è dato saperlo.
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il romanzo d’appendice “La Città dei Sogni” continua domenica prossima…
scritto da Giorgio Michelangelo Fabbrucci
