Palomar – Italo Calvino

Cari alieni,

il nostro viaggio alla scoperta della letteratura postmoderna e delle sue origini, guardando alla nostra Italia, non poteva che passare da Italo Calvino, grande innovatore della narrazione – e non solo – del secondo ‘900.
Tra le molte sue opere qui si tratta, in particolare, di Palomar, pubblicato dalla casa editrice Einaudi nel 1983. Un romanzo che è anche un’esperienza, il viaggio avventuroso di un uomo ossessionato dalla ricerca di una chiave di pensiero, potremmo chiamarla, che gli consenta di svelare l’ordine che lega il mondo ai suoi elementi, e i suoi elementi tra loro.

L’opera presenta indubbiamente i caratteri del romanzo filosofico e tuttavia tradisce, nelle sue intenzioni e nella sua perfetta riuscita, quello che viene ormai da molti citato come uno dei tratti peculiari del postmodernismo: la rinuncia divertita-e-per-niente-ingenua a qualsiasi pretesa di comprensione sistematica della realtà.

Il Telescopio Palomar

La trama è molto semplice. Il signor Palomar è un uomo taciturno e solitario. Moglie, figlia, casa con giardino e vacanze al mare. Forse anche un cane, e la familiare nel box. Dal luogo di villeggiatura alla città, Palomar trascorre le sue giornate in osservazione, impegnato com’è a scrutare con maniacale precisione i fenomeni che la natura manifesta ai suoi occhi, ad intuirne gli schemi, le connessioni. Non a caso il nome del protagonista coincide con quello del celebre Mount Palomar, dov’è situato uno dei più importanti osservatori astronomici degli Stati Uniti: la rilevanza paradossale dell’omonimia è presto colta, se si considera che il nostro uomo, affetto da miopia, non riesce a mettere a fuoco gli oggetti che si trovano in lontananza e dedica tutto sé stesso alla minuta osservazione del dettaglio.

La struttura del romanzo, che si presenta in forma di brevi racconti, ci viene illustrata dallo stesso Calvino in una nota esplicativa. Si tratta un’opera divisa in tre parti di nove racconti ciascuna, a loro volta suddivisi in tre capitoli, per un totale di ventisette brevi “esperienze” che vedono il signor Palomar protagonista osservatore e pensatore. La tripartizione illustra i diversi approcci al conoscere dell’uomo: quello sensoriale, e nella specie visivo; quello antropologico, cioè mediato dall’inserimento di fattori culturali e linguistici, e quello puramente speculativo. Anche lo stile, la lingua dei racconti, varia a seconda della modalità conoscitiva in questione: dalle descrizioni per le esperienze visive, alle narrazioni per le esperienze conoscitive che abbiamo definito antropologiche, fino alle astrazioni più pure, per le speculazioni di sapore metafisico.

E così, giorno dopo giorno, il nostro Palomar osserva e medita, medita e osserva. Dal gorilla albino dello zoo alla volta celeste si susseguono le sue molteplici disavventure intellettuali, con effetti comici a tratti esilaranti. Ogni racconto si conclude con un fallimento ma, per nulla scoraggiato – solo un po’ innervosito – Palomar ricomincia la sua indagine, alla ricerca perenne di un punto di vista che gli darà la comprensione del tutto.
Nel suo incedere ad excludendum il nostro eroe, e di seguito Calvino, arriveranno ad una conclusione… che non vi svelo. Per non togliervi, qualora non l’abbiate ancora provato, il piacere di questa immensa lettura.

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una recensione di Raffaella Foresti

Author: Raffaella Foresti

“Il cane odiava quella catena. Ma aveva una sua dignità. Quello che faceva era non tendere mai la catena del tutto. Non si allontanava mai nemmeno quel tanto da sentire che tirava. Nemmeno se arrivava il postino, o un rappresentante. Per dignità, il cane fingeva di aver scelto di stare entro quello spazio che guarda caso rientrava nella lunghezza della catena. Niente al di fuori di quello spazio lo interessava. Interesse zero. Perciò non si accorgeva mai della catena. Non la odiava. La catena. L'aveva privata della sua importanza. Forse non fingeva, forse aveva davvero scelto di restringere il suo mondo a quel piccolo cerchio. Aveva un potere tutto suo. Una vita intera legato a quella catena. Quanto volevo bene a quel maledetto cane “

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