La tesi di Jean-Francois Lyotard, nonché la formula con cui tutto il suo pensiero è sempre riassunto e semplificato, è che l’epoca contemporanea e la cultura postmoderna siano caratterizzate dall’assenza delle grandi narrazioni, cioè dei discorsi che legittimano determinate persone o enti o istituzioni (ad esempio lo Stato) a dire la propria. Di conseguenza Lyotard si sofferma sull’incapacità della scienza di autolegittimarsi: per questo il sapere scientifico finisce col cercare una giustificazione narrativa: l’esempio è quello degli scienziati che «narrano l’epopea di un sapere che di suo non ha nulla di epico».

Quale il corrispettivo di questa situazione nel romanzo postmoderno? Il narratore ha bisogno di sentirsi legittimato nel suo ruolo autoriale, e quindi interviene in prima persona nella narrazione per giustificare l’esistenza del suo personaggio e della sua storia. Ma chi giustificherà lui? Ecco perché l’autore postmoderno è dubbioso: non riesce più a creare mondi sentendosi legittimato a farlo, sente la necessità di trovare una giustificazione extranarrativa, ma così facendo «introduce alcunché nel sistema, dunque lo deforma» (Gadda). Così la narrazione diventa spiraliforme, infinita. Questo si traduce nel romanzo postmoderno in forme aperte, inconcluse, incapaci di ricevere il sigillo di finitezza. Ecco perché nel romanzo postmoderno dominano la ricorsività, la circolarità e il costante tentativo di incasellamento della narrazione in forme più grandi, sempre maggiori. Penso alla struttura frattalica di Infinite jest (è Wallace stesso a dichiarare che il suo capolavoro è stato concepito con la struttura del triangolo di Sierpinski, un frattale), e a John Barth che ipotizza i diversi possibili sviluppi della storia da un certo momento in poi, quasi giocando a carte scoperte nella narrazione.

Lyotard sottolinea come per la narrazione scientifica la meccanica quantistica e la fisica atomica abbiano determinato la consapevolezza di non poter mai comprendere – e men che meno prevedere – il funzionamento dell’universo. Anche in campo narrativo l’autore ha capito di non poter prevedere il comportamento dei propri personaggi: Pirandello, Queneau (Icaro involato) hanno capito che l’autore può perdere il controllo della storia che ha concepito.

John Barth rende esplicita la condizione dubbiosa del romanziere contemporaneo: «Come si fa a scrivere un romanzo? Voglio dire, come è possibile non perdere il filo del racconto, se si è anche sono minimamente sensibili al significato delle cose?»

Uno dei problemi attuali del romanziere è l’inflazione della realtà: ciascuno di noi vive la propria vita, fa esperienza delle vite di tutti i personaggi dei racconti che legge (ma questo costa tempo e fatica, quindi è un’esperienza numericamente limitata), ma fa esperienza anche delle numerosissime vite dei personaggi di film, telefilm e sit-com: ormai siamo  pieni di realtà, non c’è storia che possa risultarci inedita. Gli scrittori ne sono consapevoli e sono in difficoltà, ecco perché si rivolgono così spesso alla metanarrativa, perché si pongono questioni di legittimità, si chiedono in che modo possano essere considerati autorevoli nel raccontare e in che modo possa mai essere interessante quello che hanno da dire, visto che non esistono più combinazioni narrative inedite.

Tornando a forzare le posizioni di Lyotard trasferendole in campo narrativo: egli osserva che in campo scientifico non serva aumentare la precisione delle misurazioni, dato che così si entra nel campo dell’infinitesimale, che pone dei problemi ulteriori, come teorizzato da Mendelbrot nell’analisi dei frattali, da Thom (Teoria delle catastrofi) e dalla Scuola di Palo Alto, che concentra la sua attenzione sui double bind, i doppi legami che causano la schizofrenia. Nel romanzo attuale accade esattamente lo stesso: gli autori tentano di aumentare la loro precisione, di fornire dati, di espandere la narrazione. Digressioni, lunghissime note a piè di pagina tentano di dare conto della complessità del reale, ma non fanno che moltiplicare a dismisura gli ulteriori sviluppi della storia che richiederebbero ulteriori specificazioni. Questo con risultati altalenanti: in V. di Pynchon si crea confusione, mentre  Opera galleggiante di Barth è perfettamente riuscita. Occorrono un censimento e un’analisi delle opere postmoderne per tracciare una mappa delle risposte narrative ai problemi di consapevolezza, legittimazione, tentativo di descrizione del reale. Il postmoderno narrativo deve ancora essere circoscritto e individuato, ed è compito dei critici attuali, ma con occhi nuovi e liberi da ogni fardello accademico.

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un saggio di Carlotta Susca