il seguito di Super Torri Gemelle scritto da Giorgio Michelangelo Fabbrucci

Clara prepara la cena. Tovaglia sporca di sugo. Poco importa. La sera porta con se le macchie della giornata. Antonio legge il giornale. Quotidiano bombardato d’inchiostro. Non ha ancora assorbito le voci della giornata. Briciole di dibattiti, scontri e drammi si accavallano, si confondono. Vociare del mondo.

Due calici per il vino, a testa in giù. Fragili, di cristallo. Basterebbe un piccolo gesto, per farli crollare; piccoli cocci sul pavimento, negli interstizi delle piastrelle, in angoli sporchi di polvere addormentata. Nell’imbastire la tavola Clara si domanda se questo fosse il suo destino. Accade spesso. Si immagina soda ed elegante tra le braccia di una sagoma nera. Un profilo sconosciuto che le parla di grandi città, di fumo di Londra; che sa ballare un lento tra gli sguardi di rimmel e lunghi bocchini di sigaretta. Tanti sogni volati via, sgrassati dal detersivo, bruciati in padella. Un nido d’amore, a riparo dal mondo, dalle forti emozioni.

Antonio scivola tra una riga e l’altra. Notizie filo spinato. Ne sente gli strappi sulla camicia, come a fuggire da un campo di lavori forzati. Ore scandite da corridoi. Li percorre per tutta l’azienda. La carta a volte taglia un dito. Piccola ferita. Precisa. Piccoli zampilli di vita scivolati a terra. La mattina è un’esplosione. Il suo sbadiglio percorre il mondo. Gazzella braccata. La macchina corre veloce. Ondeggia tra i clacson del ritardo. Poi cammina, scosso dalle grida dei correntisti, dal cinguettare torvo degli sportelli, dagli anestetici commenti dei vecchi soci.

Si deve fuggire, come un cerbiatto il fucile, per far ritorno alla tana, la sera. I giornalisti?  Sadici, continuano a scrivere, strappando gli innocenti alla quiete. Quella placidità dileggiata ed offesa, che è la madre di ogni benedizione. Il cibo, il silenzioso masticare, una carezza sul capo del figlio, una risata davanti al film, un bacio, la notte.

Lo schermo guarda la famiglia. La illumina. Mondanità. Caviglie profumate. Zero stimolo, nessun rimorso. Siede immobile, nella sua conoscenza imperfetta, appagato dal profetico spifferare. Enciclopedia masticata da topi, assisa sul trono stereoscopico del salotto. Oggi li vuole stupire. Già sa cosa ha in serbo la scaletta dello show: potrebbe intitolarsi West Night Towers. Rifletterà i loro volti increduli e finalmente gli daranno ragione.

Non potete rimanere al riparo. Non vivete più nel bunker edificato tra mura di distanze incolmabili. Il tubo ha superato il cavallo. L’impulso elettrico è roboante sputo sulla testa del postino bicicletta. Portalettere come scimmie impagliate. Pezzi da museo. Ma questa sera, famigliuola cara, vi vomiterò addosso ogni dettaglio: dalla carta che invade ogni via come uno stormo di cavallette impazzite, al bungin jumping senza corda. Tremeranno i vostri culi, sentendo il botto. Avrete paura di ogni piccola oscillazione del vostro condominio; guarderete con sospetto il lampadario, seppur consci che è solo riflesso del passo pesante di quel mascalzone che vive di sopra. Vi domanderete il perché. Guarderete con sospetto tutto ciò che non veste e non parla come voi, soprattutto in metropolitana. Aggiungerete un dubbio persistente alle pile di punti interrogativi di cui avete decorato ogni vostro pensiero.

3 – 2 – 1 – IN ONDA!

“Cosa è successo caro? cosa é… Oh mio Dio, Oh mio Dio! Com’è possibile… e adesso cosa… ma chi è stato? Dov’é Paolo? Paolo, amore mio, cosa stai facendo?” – “Sto leggendo Mamma. Sto leggendo Superman… e’ superfortissimissimoooooo!”

Un sorriso. Scivolo di malinconia. Altalena dell’anima. Clara. Superfortissimo: un superlativo che stona. Suo figlio. Gioia pasquale in libera lotta con la Passione del Cristo. Doppia crocifissione senza cardine, solo vetro e metallo. Superfortissimo: un superlativo d’incantevole delizia. Prezioso. Non lo aveva mai notato, su quelle labbra di cucciolo. Ora dovrà essere una madre attenta. Particolari come piccole perle  di cui adornare i sogni. Alzando le braccia e serrando le mani dritte sarà uno scudo. Un ventre che si riapre, trasfigurato, nell’abbraccio antico della difesa. Forse è dal primo abbraccio, quando minuscolo gridava in grembo, che si è battezzata a chioccia; ma ne aveva perso la profondità del senso.

La televisione dice che due aerei si sono schiantati sulle torri gemelle.

Paolo che corre nel corridoio. La mano afferra un modellino, plastica e vernice vibrante, a sostegno del sogno più antico: volare. Il bambino cammina veloce, virando con la fantasia tra le stanze. Sogni di guerra. Un’ultima fotografia del barone rosso, prima che anche questo nome si perda tra i cenci del tempo.
Clara che stira, che fa il letto, che pulisce la cucina. Ogni mattina del sabato e della domenica. Planate di bambino; come icaro: rimbalzi tra mura domestiche, tra versi di mitraglia e risa senza colpa. Solo ora pensa, comprende, oppure intuisce, l’innocenza trasparente del suo piccolo aviatore.

- Non penso che Paolo debba vedere questo spettacolo – dice al marito
- Beh, il mondo è quello che è. Glielo spiego io cosa sta succedendo
- Certo, e cosa gli dici: che degli arabi cattivi si stanno suicidando sui grattacieli?
- Non è colpa mia se è successo stamattina e non tra 50 anni, cosa ci posso fare!
- Non vuoi difendere tuo figlio? Come glielo spieghi, eh? Dimmelo!
- Gli spiego quello che ha già capito da cartoni e videogame. Semplifico: ci sono i cattivi che attaccano i buoni e via dicendo.
- Vuoi banalizzare insomma! Bel padre! Complimenti!
- Senti, non mi sembra il caso di litigare per una scemenza in mezzo a tutto questo casino. Lascia che continui a leggere di là. Ora abbasso il volume. Stanotte ne parliamo con più calma.
- Ah, la chiami scemenza! Non ho parole.
- Neanche io.

Antonio e la sua banca. La sua stanza, la sua piccola gabbietta, la lettiera delle sue certezze, lo attende rinfrescata. Ufficio rinvigorito nell’ordine. Cure bionde e slave. Mani rugose. Giovane scopa dell’est.
Si è dimenticata di mettere il fermo – pensa, mentre scivolano le ruote della sedia di pelle. Cigola sacrificata al culo ingiallito, alla camicia dentro le mutande, alla canottiera che assorbe le sue salse, come sottiletta l’hamburger. Le porte del corridoio sono verde opaco. Eloquente autunno di serramenti. Meno una, quella là, laggiù, al centro. La vedi appena salito dall’ascensore. La vedi perché è rossa ed è più grande delle altre. Un archivio di gloria. Una sala di posa. Il tavolo è così grande e rubosto che ci si potrebbe fare l’amore in quattro. Magari con Ilenia, che fa le fotocopie e miagola allo sportello;  bisognerebbe metterle una tariffa: un euro e cinquanta al minuto, con scatto alla prima copia. Poi sente i calcinacci cantare stonati. I suoi testicoli tremano, o meglio, si scontrano come le sfere di acciaio in un orologio di design. Si lascia andare. Non ha il pannolone ma indossa una camicia di paura e sudore. Vede un naso nero. Sembra quello di topolino, undici mila volte più grande. Entra nel muro, squarciandolo, seguito dal suo corpo metallico. Non un topo parlante, solo un aereo rovente. Travolge la carcassa del presidente, che in verità era già morto mentre esalava ampi discorsi sul bene comune. Solidarietà cariata. Esplode il vecchio capo: novecentoundici banconote in fiamme. I grandi soci saltano sul soffitto. Estraggono gli artigli, si appendono alle travi. Le cravatte, si gonfiano spaventate: code cotone di gatto. Il soffitto é cialda corrosa in gelato verde senza piombo. Cadono in fiamme, urlando privi di giacca e di pelle. Prima che giungano le grandi ali lamiera, Antonio scatta. E’ Geki Chan. E’ Bruce Lee. Pattumiera angloasiatica stampata in formato 60×170. Un balzo eroico verso le condutture d’aria. Macaco domestico di babbuine virtù, si aggrappa alle pareti lisce fino all’uscita. Il giardinetto: piccolo tempio; prato all’inglese; aiuola botanica; statua del fondatore: incomprensibile. Ora che é fuori, vede l’intero profilo del veiovolo Mickey Mouse prima dell’esplosione. E’ salvo, oppure no.

- Puoi spegnere la televisione? Puoi cambiare canale? E’ successo stamattina, possiamo anche spegnere non trovi? Ehi… mi senti? Ti stai addormentando? Ma come puoi imbambolarti davanti a tutta questa tragedia?

- Senti metto il muto. Comunque c’è la pubblicità.

La televisione stava dicendo che con i cinturini Britizens il tuo polso acquista personalità, perché puoi scegliere tra la morbida plastica e l’inossidabile acciaio.
Poi quel tasto maledetto. il simbolo di un altoparlante sbarrato da un linea diagonale. Maledetti e poveracci al contempo. Io parlo per clip, flash di immagini a comporre un’eloquente sintonia di ciak vibranti. Vi afferro le budella con la velocità di flash tutina rossa.

Panorama: torri in fumo da telecamera fissa – Ripresa aerea: torri in fumo con virata di trenta gradi – Rewind: rallentatore con scena della schianto sulla torre nord – Primo piano: zona di impatto con miniature umane appese alle finestre – Rallenty: impatto con la torre sud – Primissimo piano: uomini stile incastro alla tetris, sospesi alle finestre in cerca di aria – Zummata verticale: bunging jumping senza corda – Mezzo busto: “ed ora in diretta da New York, il nostro inviato…”

- Paolo cosa ci fai qui? Non stavi leggendo?
- Che film é?
- Nessun film
Antonio cambia canale. Inquadrature simili. Notizie identiche. i soliti giornalisti!
- Perché l’aereo è finito sulla torre, mamy?
- Perché ha sbagliato. E’ stato un incidente e…
- Bella risposta – interrompe Antonio – per fortuna che dovevamo…
- Falla finita – ribatte la moglie
- Ma perché la gente si tuffa, mamy?
- Anto, vuoi spegnere quel coso?
- No papy, io voglio vedere.
- Senti amore dei cattivi ci hanno attaccato, usando degli aerei. Ora andremo a caccia dei cattivi e vinceremo e poi non ti devi preoccupare. Hai capito amore?
- Si ho capito… ma perché non é arrivato Superman?

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fabbrucci@raccontopostmoderno.com / twitter@iFabbrucci

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