Bene. Recensiamo. Parlare di questo libro è difficile per diverse tipologie di ragioni, ve ne dirò una* (che poi è forse onnicomprensiva).
Ma questo richiede una premessa: ho scoperto che esistono diversi modi di leggere un libro; l’oggetto è quello: carta, inchiostro, copertina, grafica, impaginazione. Ma l’intenzione nella lettura condiziona ritmo, attenzione, quantità di appunti presi sui fogli di guardia, numero e tipo di lampadine che si accendono nella – sovraffollata – testa e, non da ultimo, grado di godimento (il lettore seriale sa di cosa parlo).
*La ragione: ho letto il libro di Eggers (di cui avevo sentito parlare cercando articoli su David Foster Wallace – e che poi a lui ho trovato accomunato in un bell’articolo di Amanda Minervini su «incroci») con una precisa intenzione, un progetto. E cioè quello di individuare nell’Opera struggente le caratteristiche della narrativa statunitense contemporanea (e in particolare di quella che piace a me, che poi sarebbe la corrente massimalista). Dunque le riflessioni sul libro hanno questo ‘vizio’ di forma. E le riflessioni sono (nella forma-elenco oggi tanto in voga):
1. l’importanza del paratesto, ossia di tutto quello che sta ‘intorno’ alla storia raccontata (titolo, formattazione, note – ma queste non nel caso specifico);
2. il fondamentale nodo realtà-finzione: se a scuola ci hanno detto che era rischioso incappare nell’errore dell’autobiografismo, dimenticate questo consiglio;
3. la metanarratività: lo scrittore che parla del fatto di scrivere (il che ha, ovviamente, ripercussioni sul punto 1);
4. l’influenza dei mass media, che gareggiano con la letteratura (ma è ancor più vero il contrario).
(ometto le Varie ed eventuali perché nasconderei solo la mia malattia dell’infinito che mi spinge ad approfondire – e lo farò, oh, se lo farò).
Ora, visto che l’elenco come forma di scrittura è abbastanza minimalista, aggiungo qualche spiegazione relativa all’Opera struggente
1. il libro di Eggers inizia nel controfrontespizio con un ‘NON SONO STATO IO A CHIEDERLO’ che funziona da epigrafe, nonostante poi l’autore dica di essere contrario alle epigrafi (ma, nel momento in cui lo dice, elenca quelle che avrebbe usato se non fosse stato per la sua idiosincrasia alle stesse. Dimenticavo: la preterizione è la figura retorica preferita dai massimalisti). Il titolo stesso, poi, è oggetto di analisi nei Ringraziamenti (che, inutile dirlo, sono sui generis e godibilissimi).
2. Si tratta di una autobiografia, e non un’autobiografia fasulla – come, da lettori scaltri e scafati, siamo portati a credere – tant’è che la pagina di Wikipedia in inglese sulla vita di Eggers sembra un riassunto del libro (il dubbio mi rimane: è marketing?).
3. In alcuni punti in cui la nostra incredulità è bella che sospesa, ci rendiamo conto che il dialogo che stiamo leggendo è una riflessione sul libro stesso, e l’interlocutore è più fittizio di quanto non dovrebbe essere.
4. Il protagonista (l’autore?) partecipa ai provini di The real life (reality show USA) e ritaglia la narrazione della sua vita sui personaggi più interessanti – perché la televisione gli ha insegnato quali sono.
Dunque quando leggete sull’aletta dell’edizione Mondadori un riassunto della storia raccontata da Eggers, lettori, sappiatelo: potrà piacervi o no, il suo tono scanzonato e iperconsapevole, ma non è quello il libro.
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Recensione di Carlotta Susca susca@raccontopostmoderno.com seguici su Twitter!





2 comments
Pietro says:
giu 21, 2011
personalmento ho apprezzato questo libro. non mi ha entusiasmato come altri testi di autori contemporanei americani (come Oblio di DFW o V. di Pynchon), ma certamente ha i suoi meriti.
lo stesso impegno per la promozione della letteratura massimalista post moderna con la rivista on line attesta la buona fede di Eggers. poi, ovviamente, ogni autore ha un limite. nel suo caso una certa noia indotta. nel complesso però un libro potabile.
Carlotta says:
giu 21, 2011
per dirla con Wallace, Eggers ha un po’ la sindrome da: «Guarda, mamma, senza mani».