Racconto breve di Giorgio Michelangelo Fabbrucci

 

Sudato. Il pensiero tentava invano di uscire dal corpo. Petto glabro. Adornato come edera il capezzolo: piccoli fili grigi. Avrebbe voluto un profilo, uno scatto fotografico amatoriale. Ne avrebbe goduto come di bevuta estiva: Coca & Rhum, sotto riflettori di luna piena cubana. Un’immagine laterale, completa, esaustiva: questo desiderava. Un campo aperto, in sedici noni, che abbracciasse il talamo nella sua eloquenza cigolante: dai piedini in ciliegio sbalzato, al ciuffo ribelle di lui. Il corpo eretto, le ginocchia sdraiate sul materasso. Lei, a mo’ di ovino questuante, si offriva al martellante sussulto del maschio, con umida accondiscendenza.

Il Piccolo Quadrato di Plastica Alluminio si trovava a terra. Parte di lui era stata strappata e gettata a terra, con marcata noncuranza. Dolorante per la ferita, rimaneva immobile sul pavimento, osservando l’amputazione sul vicino tappeto.
L’assordante trambusto di molle echeggiava. Lugubre. Riverbero torvo tra la purpurea tracotanza delle agavi in tappezzeria.

I piedi di lei sporgevano. Pochi centimetri. Golfi ed insenature nel cascame di lenzuola pesanti. Tese e lievemente agitate, segnavano le dita un ritmo coinvolto; accordi d’arpa scordata. Lui girava il capo, mantenendo costante il movimento, accelerando il respiro. Amava i polpacci morbidi, ritondi, levigati; sfere di travertino. Maledetta l’evidenza d’ipertrofici birilli! Con la mano, tenendo ben aperto il palmo, ne contraeva la parte finale, con una lieve pressione, spingendo verso l’alto, a ricomporre l’immagine desiderata. Quelle gambe, nonostante una breve assuefazione all’immagine promossa, mantenevano la famigliarità contadina con la terra nuda e sassosa: caviglie solide, muscoli lunghi, fasci di tabacco. “Almeno poteva togliersi quei due peli con le pinzette” – penso’ lui.

Schiere demoniache di acari. Moli minuscole di dinosauri. Ciechi. il polimero giunto dal cielo, caduto in peccato di lussuria oppure in odore di pattumiera, destò il loro muto interesse. Il Piccolo Quadrato di Plastica Alluminio tremava. Sudore di lattice, lubrificante terrore, nel profondo squarcio, colava. Lo sguardo colorato rimbalzava frenetico tra quattro piedi scimmieschi, glabri e dozzine di zampette acuminate: tricotici sostegni a mini cerberi di piastrellato gheenna.

Un odore. Le narici lo avvertivano. Simile ad un limone orfano, ammuffito, abbandonato. Simile al sale senza ombra di tequila. Levitava soffice all’altezza delle anche. Quanto avrebbe amato godersi quell’attimo, sentirlo nei nervi, senza essere costretto alla greve prestazione di carne umana. Ne sarebbe rimasto deliziato, dall’orizzonte di un sofà.

Una danza tribale, di letali orizzonti. Un cerchio concentrico che soffoca il nucleo del suo passo satellite, nel ritmo della conquista. Il Piccolo Quadrato di Plastica Alluminio, prono al destino d’incarto a lui riservato, tremava: polimeriche sensazioni da fallo vibrante, iniettate a velocità tamburo in cuore di plastica.

Convinzione che non era voce o discorso, piuttosto declamazione muscolare di uno stato nervoso contingente. All’opposto lui, rifletteva calmo sulle conseguenze di un’imminente quanto inattesa evoluzione posturale. Un cambiamento fisico, un nuovo equilibrio nell’unione dinamica, che la staticità della stanza, annoiava nella sua mente. Forse avrebbe potuto girarla, oppure poggiarla sul fianco, seguirla lui stesso in quel declinare ambizioso di novità posticce. Sorse rapida l’inquietudine profonda di altri accadimenti: l’acredine disgustosa sbuffata in una narice troppo accostata all’ascella; l’incuria rivoltante di un brufolo, di un poro intasato da un pelo codardo e incarnito, nella zona del ventre o ancor peggio del petto; senza dimenticare l’alito. Quel volgersi sul lato avrebbe significato un allarmante imperativo: la volontà di un bacio; un incrociarsi selvatico di lingue, radici ribelli fra tronchi commisti. Un portofolio di capezzoli esasperatamente turgidi, di profondità auricolari privati della gioia di un cotonfioc, di pieghe smagliate e d’incurvature flosce. Non vi era alternativa alcuna: quel genuflettersi alla testata, offrendo i glutei al suo cielo, era l’unica riparo dagli inestetici affondi dell’eredità primate.

Entrarono in migliaia. Miliardi di zampette scivolavano nell’argento spento, sdrucciolevole interno di piaceri sicuri. Il Piccolo Quadrato di Plastica Alluminio urlò. Inascoltato. Rifiuto. Dimenticato.

Non rimaneva altro che attendere il fluire dei liquidi spinti. Distrarsi. Spostare lo sguardo nella certezza di non essere colti. Immaginare un’occasione futura, una modella. Una bambolina di lattice. Perfezione video clip.

E così l'occhio vaga al soffitto, elevato dai sussulti bestiali; o precipita al tappeto,
dove giace strappata la guaina di questo vuoto martellare.
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fabbrucci@raccontopostmoderno.com / twitter@iFabbrucci

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